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Exor si prepara allo shopping: gli occhi puntati su Europa e Usa

Le due principali partecipazioni di Exor, in Fca e Cnh industrial, sono ormai messe in sicurezza grazie a un voto multiplo che non solo ne blinda il controllo ma consentirà anche di valutare scambi azionari nel momento in cui si dovesse presentare l’opportunità. In cassa, poi, ci sono fino a 3 miliardi ( tra liquidità e linee agilmente attivabili), quanto basta a monitorare da almeno un anno il mercato dell’M&A: l’obiettivo, come già fatto intendere dal presidente John Elkann in occasioni ufficiali (e non), è quello di portare a casa un’acquisizione che consenta di affiancare alle tre principali partecipazioni attualmente in mano – oltre a Fca e Cnh Industrial c’è anche Cushman & Wakefield – una quarta “sorella”.
Non perché al Lingotto, dove l’azionista di riferimento dei due gruppi plurisede ha mantenuto il suo quartier generale, non si creda nelle potenzialità dei piani messi a punto da Sergio Marchionne sull’auto e sui veicoli industriali. O tanto meno perché non si ritenga alla portata il turn-around intrapreso da Cushman & Wakefield, che lo stesso Elkann presidia nei panni del presidente. Semplicemente, anche la holding di casa Agnelli è al lavoro per cogliere un’opportunità che consenta di ripetere quanto accanduto con gli investiment in Alpitour e in Sgs, dove la holding è uscita dopo anni di gestione attiva meglio di come era entrata. La logica va oltre quella di una semplice diversificazione, ma certo il buon senso non suggerisce di concentrarsi sull’automotive o sull’immobiliare, i due settori su cui è esposta la holding. Per questo, nel mirino del team guidato dal cfo Enrico Vellano e dal managing director Mario Bonaccorsio, c’è la quota di maggioranza in un gruppo globale, operante in un settore non industriale caratterizzato da flussi di cassa più regolari rispetto a quelli dell’auto. Una compagnia assicurativa, per esempio, o magari un gruppo delle tlc o dell’energia, con una presenza forte sugli Emergenti ma con sede in Europa o negli Stati Uniti, visto che le strade per l’Asia al momento risultano ancora troppo strette. Quel che è certo è che si guarda a grossi player, una preda per la quale anche tre miliardi di euro potrebbero rivelarsi non sufficienti per accaparrarsi una quota di controllo: proprio per questa ragione – secondo quanto risulta a Il Sole 24 Ore – ci si starebbe attrezzando per un dossier da gestire in tandem con un altro grande investitore internazionale. Magari proprio quel Warren Buffett secondo cui «il segreto, quando non c’è niente da fare, è non fare niente», come ha ricordato lo stesso John Elkann nella sua ultima lettera agli azionisti.
Morale: fretta non ce n’è, quando l’opportunità si presenterà, allora verrà valutata. E visto che si è atteso fino ad ora (è da più di un anno che Exor ha incassato i 2 miliardi della cessione di Sgs) non è escluso, secondo quanto si apprende, che si possa aspettare qualche mese, giusto il tempo di capire se i mercati subiranno una correzione dopo i massimi toccati nelle scorse settimane.
Intanto, l’auto e i veicoli industriali. Cinque anni fa, quando Fiat iniziava l’avventura americana avviando la scalata di Chrysler, al piano di sopra l’automotive (Fiat più Iveco e Cnh) pesava per il 53,4% sul net asset value di Exor. Al 30 giugno scorso, Fiat valeva il 25,7% e Cnh Industrial il 26%, ma a differenza del 2009 lo spazio di manovra non manca: in particolare sull’auto, dove il 30,04% in Fiat Chrysler pesa per il 46% in termini di voto (una quota che avvicina Exor alla maggioranza assoluta del capitale, considerando la quota della Fondazione Agnelli e le azioni proprie in mano a Fca), ci sono tutti i margini per valutare eventuali operazioni straordinarie: «Non siamo venditori», ma siamo pronti a diluire la quota della famiglia «se l’obiettivo è di rafforzare la società», ha detto nei giorni scorsi Elkann. Facendo intendere, però, che difficilmente l’occasione si presenterà a breve: prima, è probabile, si troverà la quarta sorella.

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