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Exor, sempre meno Italia in portafoglio

E se dopo la Fiat e la Ferrari toccasse alla Exor? All’indomani della “cacciata” – di Montezemolo, perché di questo si è trattato e non d’altro – molti cominciano a chiederselo anche se al momento una mossa del genere difficilmente può avere contorni precisi. I diretti interessati, per dire la famiglia Agnelli che attraverso questa holding controllava la Fiat e adesso la Fca, hanno scelto di non interferire minimamente nel cambio della guardia ai vertici della Ferrari, sentendosi garantiti dal loro presidente, John Elkann che proprio con la “defenestrazione di Maranello” ha ulteriormente rafforzato il suo asse con Sergio Marchionne. Del resto per tutti loro sarebbe complicato trovare qualcosa da eccepire sull’operato di un presidente della Fiat e, soprattutto, di un amministratore delegato che li stanno traghettando verso il traguardo di Wall Street con un meccanismo che prevede un premio di maggioranza grazie al quale essi, senza il minimo sforzo, potranno avere un peso azionario significativamente maggiore di quello attuale (grazie al doppio voto) nella futura conglomerata italo- americana: sempre meno italo e sempre più americana. Ma che cosa potrà accadere in casa Exor? Inutile chiederlo ai piani alti del Lingotto dove già da tempo si respira l’aria di un distacco dall’Italia di cui la scelta di trasferire a Londra la sede finanziaria della Fiat e ad Amsterdam quella legale è solo la punta dell’iceberg. Il fatto è che, se è vero com’è vero che il 75 per cento dei ricavi delle partecipate Exor viene ormai realizzato fuori dall’Europa, in molti anche tra i membri della famiglia, indipendentemente dalla loro vicinanza a John Elkann, si domandano fino a quando avrà un senso tenere il quartier generale della holding in Italia. Quando cinque anni fa, in seguito alla fusione di Ifi e Ifil, nacque Exor, il peso di quei ricavi era il 40 per cento. Questo conferma un’evoluzione che il presidente Elkann, in occasione dell’ultima assemblea del 22 maggio ha sottolineato con enfasi, facendo notare come dal 2009 e fino a quella data il titolo Exor fosse cresciuto del 406 per cento, quasi dieci volte l’indice Ftse Mib che nello stesso periodo aveva guadagnato il 43 per cento. Un percorso che non ha subito particolari cambiamenti negli ultimi quattro mesi. “È naturale che l’attenzione e l’interesse di Exor siano proiettati fuori dall’Italia” aveva detto, aggiungendo, come ormai fa da un paio d’anni, che ciò avrebbe avuto per Torino e per l’Italia ritorni positivi che diversamente sarebbero stati impensabili. I riflettori saranno puntati sull’estero ancora di più adesso che i tre asset principali di Exor sono rappresentati da Fca, Cnh, Cushman & Wakefield, dunque tutti investimenti che stanno largamente fuori dal perimetro italiano. Un assetto di fronte al quale non resta che attendere la mossa già annunciata da John Elkann, quella di costituire una “quarta sorella”, possibilmente localizzata tra gli Usa e l’Europa. I mezzi finanziari non dovrebbero mancare: Exor dispone infatti di una liquidità di oltre 2 miliardi che potrebbero anche salire a tre. Ma sinora non ha trovato la grande occasione e forse questo spiega l’avvicendamento di ben due manager che avrebbero dovuto individuare dove, come e con chi mettere a segno il “colpaccio”: dopo Tobias Brown anche il cheaf operation officer, l’americano di origini iraniane, Shahariar Tadjbakhsh, in luglio ha lasciato o è stato pregato di lasciare dopo appena un anno. È vero che i progetti annunciati subito dopo la nascita di Exor sono stati da tempo accantonati, travolti anche dalla grande crisi economica, ma la liquidità rimane e ora appare più spendibile che in passato. Intanto, nell’attesa, Exor ha provveduto a acquistare in Borsa azioni proprie: lo ha fatto costantemente anche perché ha trovato sempre più che redditizio l’investimento che, in quanto tale, ha consentito alla famiglia di far sua una quota di capitale di poco inferiore al 10 per cento consentito dalla legge. Ma l’idea di un nuovo investimento rimane e non si ferma al settore immobiliare nel quale con C&W Exor ha fatto buoni affari. E se finora John ha proceduto con qualche perplessità, non potendo scartare l’ipotesi che l’operazione Chrysler potesse comportare qualche esborso finanziario per la holding, ora può accelerare. Ha in mano potere per farlo, come forse solo suo nonno lo ha avuto ma in un contesto diverso. E se sull’operazione Ferrari è parso defilato anche questo potrebbe avere come chiave di lettura l’ipotesi che, al di là della divisione dei ruoli tra lui e Marchionne, la ragione sia proprio l’attesa che si creino le condizioni per la nascita della “quarta sorella”. L’Italia dovrebbe essere fuori dal campo di osservazione e anche le schermaglie sul fronte dell’attività editoriale risultano marginali ai fini di questo progetto. Un fatto appare certo: quando la torta degli investimenti sarà ridefinita, Exor non sarà quella di oggi e forse neppure la sua casa sarà dov’è oggi. IL TITOLO In basso, l’andamento dell’azione Exor in Piazza degli Affari negli ultimi 365 giorni A sinistra, gli azionisti della holding: la quota maggiore, pari al 51,932%, va alla Giovanni Agnelli & C., l’accomandita per azioni controllata dai tanti membri della famiglia Agnelli

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