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Exor scommette forte sul marchio Ferrari e la Borsa punta sulla diluizione in Fca

Sergio Marchionne l’ha definita ieri «un nuovo importante capitolo nella gloriosa storia della Ferrari». In realtà la cessione del 10 per cento del Cavallino, nelle ultime ore apprezzata con prudenza dagli analisti, ha messo in evidenza ben di più del pur rilevante futuro della casa di Maranello: ha chiarito il progetto strategico degli Agnelli. «Ora si osserva a Torino – si possono unire con facilità i trattini che compongono il disegno». L’immagine che ne viene fuori è quella di un azionista che gradualmente si sgancia dalle responsabilità dirette nella gestione di quel che rimane della vecchia Fiat e si concentra sul business dell’auto di lusso. La Borsa ha capito al volo tutto questo e ieri, dopo i forti acquisti del giorno precedente, ha fatto scendere, anche se di poco (-0,29 per cento) il titolo di Fca mentre ha continuato a comperare con entusiasmo quello di Exor (+5,13).

Gli analisti di Fitch scrivono in un report diffuso ieri che certamente gli annunci venuti l’altro ieri dal cda di Fca «rappresentano uno sviluppo positivo» perché riducono il debito del gruppo: oltre a mettere sul mercato il 10 per cento del Cavallino Elkann ha deciso di emettere entro fine anno un convertendo da 2 miliardi di euro e di vendere in America azioni per circa 850 milioni di euro. Tutto questo consentirà di ricavare 4 miliardi abbattendo l’indebitamento. Ma, osserva ancora Fitch, continuerà fino al 2016 «la debole generazione di free cash flow». In sostanza fino a quando il piano prodotti non darà i frutti sperati, Fca non garantirà quella generazione di cassa che potrà portarla fuori dalle secche del debito, azzerandolo entro il 2018 come prevede il piano presentato a maggio da Marchionne.
Raggiungere gli obiettivi di quel piano è indispensabile se si vuole davvero arrivare alla fusione di Fca con un altro player e dare vita a quello che Marchionne e John Elkann hanno ipotizzato come «il costruttore leader a livello mondiale ». La girandola di possibili partner (dall’Asia all’America) è vasta ma una cosa è certa: con la fusione gli Agnelli diluiranno la loro partecipazione e dunque scenderà il peso della loro responsabilità. «Non vedo perché non diluirci se questo serve a costruire qualcosa di più grande», ha più volte ripetuto Elkann. Non sarebbe solo una diluizione tecnica ma avrebbe anche un importante valore simbolico. Lentamente ma percettibilmente gli eredi degli Agnelli si stanno trasformando da padroni fortemente identificati con un’azienda in azionisti di una conglomerata sempre più grande. Oggi, temporaneamente, hanno addirittura aumentato il loro controllo su Fca ma è chiaro che si tratta di una contingenza destinata ad essere superata. Per arrivare al matrimonio che li trasformerà definitivamente in azionisti gli Agnelli hanno bisogno di preparare un corredo che consenta di trattare da posizioni di forza. Il piano di Marchionne è quel corredo. Fondato sulla solida crescita di Jeep, sull’aumento delle vendite in America Latina e in Asia e sulla risurrezione dell’Alfa Romeo. Così si potranno vendere 7 milioni di auto azzerando l’indebitamento. Poi, sgravati dalle responsabilità di essere identificati con un’azienda di mass production, i proprietari di Exor potranno concentrarsi sulla gestione di un’icona come Ferrari. Partecipazione che, se rimarrà al 24 per cento, verrà comunque tra 1,5 e 2,5 miliardi di euro. Ieri Mediobanca ha valutato Ferrari tra i 9 e i 10 miliardi mentre Societé Generale l’ha stimata incontro ai 6 miliardi. In ogni caso abbastanza per incassare importanti dividendi.
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