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Exor, condannati Gabetti e Grande Stevens

Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens sono stati condannati dalla Corte d’Appello di Torino nel procedimento (a rischio prescrizione) per l‘equity swap di Ifil-Exor, la complessa operazione finanziaria che nel 2005 permise alla famiglia torinese di restare azionista di riferimento (circa 30%) della Fiat allo scadere del prestito convertendo delle banche. La Corte ha stabilito la pena di un anno e quattro mesi di carcere e 600 mila euro di multa, per il reato di aggiotaggio informativo, ovvero la diffusione di false informazioni al mercato, sia nei confronti di Gabetti che Grande Stevens, all’epoca dei fatti rispettivamente presidente e consigliere-consulente legale di Ifil (oggi Exor), il socio di riferimento della Fiat. Il pubblico ministero Giancarlo Avenati Bassi aveva chiesto 2 anni e 6 mesi per Grande Stevens e 2 anni per Gabetti.
«Avrei ovviamente sperato in un risultato diverso. Adesso sta ai professionisti leggere le motivazioni poi ci consulteremo e le valuteremo», ha commentato Gabetti. Lo stesso manager in mattinata, prima della sentenza, nelle sue dichiarazioni spontanee davanti ai giudici aveva detto: «Non posso accettare di concludere la mia esistenza sotto l’onta di una condanna tanto estranea al mio operato».
«È una sentenza inimmaginabile, non me l’aspettavo proprio», ha detto Grande Stevens uscendo dall’aula. Poche ore prima, anch’egli nelle dichiarazioni spontanee, aveva ribadito la correttezza del suo operato: «Io nella vicenda ho dato tre pareri, che continuo a ritenere corretti».
I giudici hanno invece assolto Ifil-Exor e l’accomandita Giovanni Agnelli, cassaforte della famiglia, imputate nel processo come persone giuridiche (legge 231), perché il fatto non sussiste. Per Gabetti e Grande Stevens, a cui è stata comunque concessa la sospensione condizionale, c’è anche la pena accessoria dell’interdizione per un anno dai pubblici uffici, alla quale si aggiunge, per Grande Stevens, l’interdizione dall’esercizio dell’avvocatura.
In primo grado, a fine 2011, i due imputati, insieme al dirigente Virgilio Marrone, erano stati assolti. L’accusa ruotava su due comunicati alla Borsa dell’agosto 2005 di Ifil e accomandita Agnelli secondo i quali non c’erano allo studio iniziative sul titolo Fiat. Le azioni durante l’estate avevano realizzato vistosi rialzi. Per la Procura, invece, da tempo era in corso la manovra per chiudere l‘equity swap con Merrill Lynch regolandolo in azioni (per mantenere il controllo) e non cash.
L’assoluzione aveva dato ragione, in un primo tempo, ai manager. Nel giugno scorso la Cassazione ha però annullato la sentenza di assoluzione solo per Gabetti e Grande Stevens e rinviato gli atti alla Corte d’Appello di Torino che ieri ha emesso le condanne.
Alle parti civili, la Consob e due piccoli azionisti, non è stato accordato alcun risarcimento. «Non so perché la Corte abbia ignorato la nostra posizione e abbia rifiutato la nostra richiesta risarcitoria: lo vedremo in Cassazione», ha detto l’avvocato della Consob Emanuela di Lazzaro. La Corte d’Appello di Torino è arrivata sul filo della prescrizione che scatterà il 25 febbraio. Ciò non esclude, tuttavia, la possibilità di ricorrere in Cassazione, la quale prima si deve pronunciare su una eventuale ammissibilità del ricorso e poi sulla sentenza di appello. I giudici di Cassazione possono confermare la sentenza di appello, prendendo atto dell’intervenuta prescrizione, oppure annullare la sentenza di secondo grado con o senza rinvio. Nel caso di annullo con rinvio, non ci sarebbe però la possibilità di fare un nuovo appello.

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