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Exor alla battaglia delle assicurazioni Nel consiglio entra Ginevra Elkann

La battaglia è stata fin qui sotterranea. E non priva di colpi bassi. Adesso il consiglio d’amministrazione di PartnerRe esce allo scoperto: rifiuta i 6,4 miliardi di dollari cash di Exor, bollandoli come una proposta che «sottovaluta in maniera significativa» la compagnia di riassicurazione, e rilancia la fusione con Axis giocando la carta di un dividendo speciale. Exor, ovviamente, non ci sta. Conferma «il proprio totale impegno» ad acquisire PartnerRe. Ma non accetta il gioco al rialzo «rispetto a un’offerta tuttora inferiore», smonta punto per punto le obiezioni del board, lo accusa apertamente di aver condotto dall’inizio «un processo difettoso». E lo rinvia alla sfida assembleare: «Saranno gli azionisti di Partner Re a decidere quale sia la migliore operazione», si legge nel contro-comunicato subito diffuso dalla holding guidata da John Elkann, che ribadisce la volontà di «proseguire alle condizioni proposte» e rimane «fortemente determinata a raggiungere una rapida conclusione». 
La battaglia diventa guerra, quindi. Una guerra che arriverà al clou con l’assemblea, attorno a giugno, e che nel frattempo sarà combattuta con le armi che ciascuno avrà per convincere gli azionisti. Exor — che ieri ha annunciato il prossimo consiglio: tra i nuovi ingressi Ginevra Elkann, Annemiek Fentener van Vlissingen, António Horta-Osório, Robert Speyer, Ruthi Wertheimer, Giovanni Chiura — almeno all’apparenza parte svantaggiata. Ha contro il board di PartnerRe e questo significa, tra l’altro, che all’appuntamento con i soci la sua offerta cash non si vedrà proprio: al voto verrà sottoposto soltanto il progetto di fusione con Axis. Se passerà, per la finanziaria di casa Agnelli la partita sarà chiusa. Viceversa, saranno i consiglieri della compagnia ad andare a casa.
Per evitarlo contano sul rilancio confezionato con Axis. Ma l’arma anti-Exor, la cui presenza aleggerà comunque sull’assemblea, rischia di essere un boomerang. Il miglioramento dei termini del merger si fonda, essenzialmente, su un dividendo speciale unitario di 11,50 euro che PartnerRe distribuirà ai propri soci. Il che, secondo Torino, è doppiamente «fuorviante». Uno: post-fusione la compagnia deterrà il 52% della nuova società, dunque il reale incremento «è inferiore alla metà del dividendo proposto». Due: la mossa impoverirà la società, considerato che ne «ridurrà il capitale di 550 milioni di dollari» e ne «indebolirà significativamente la forza finanziaria», mentre l’offerta «interamente in denaro di Exor ne preserva la solidità e offre pieno e superiore valore agli azionisti».
Il contrattacco non finisce qui. «Abbiamo risposto alle domande di chiarimento — dicono in sostanza dal Lingotto — ma quando abbiamo chiesto una due diligence è arrivato un rifiuto e il dialogo è stato interrotto. Il risultato è stata un’altra proposta inadeguata per PartnerRe». Concetto che non è, a quanto pare, solo la scontata opinione di chi si è visto (per ora?) respingere. Franklin Mutual Advisers, secondo azionista della compagnia dopo Vanguard (che non si esprime mai pubblicamente), nei giorni scorsi aveva definito l’offerta Exor «di gran lunga superiore». E ieri, in conference call , i vertici di PartnerRe hanno dovuto ammettere che «sì, altri soci hanno chiesto di procedere con la vendita». La conta, in assemblea.

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