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Exit poll: 52% alla Ue, poi Brexit recupera

LONDRA Remain 52, Leave 48. È un sondaggio “rinforzato” quello che accompagna nella notte il duello di Gran Bretagna, neppure un exit polls. È l’ultima indicazione globale fornita dall’istituto di statistica You Gov per conto di Sky alla chiusura dei seggi con una metodologia che implica ricontattare il campione sondato nei giorni scorsi per aver conferma del voto. In occasione del referendum sull’indipendenza scozzese si rivelò preciso. Nigel Farage, leader dell’eurofobo Ukip, reagisce confermando «Remain sembra avercela fatta», per poi aggiungere «non sto riconoscendo la sconfitta».
Che la Gran Bretagna abbia affermato il suo bisogno di Europa, rigettando l’addio alla Ue nella notte si conferma solo un’ipotesi statistica, lontana dall’essere certezza e lontana, soprattutto, dai numeri dei primi dati reali. Città come Newcastle che avrebbero dovuto dare un margine più solido a Remain hanno chiuso lo spoglio a 50,7% per gli eurofili, 49,3 per i brexiters. Sunderland s’è confermata roccaforte di Leave più solida del previsto con lo spoglio che indica 61% ai brexiters 39% a Remain. Gibilterra e Orcadi sono per l’Europa, Swindon e Broxbourne contro. La sterlina subisce subito un contraccolpo calando sul dollaro da 1,50 a 1,48 per poi scivolare ancora mentre parte il conteggio di Londra che dovrebbe portare ossigeno agli europeisti. Un trend a macchia di leopardo che conferma il testa a testa temuto e ridimensiona l’euforia della prima parte della giornata.
All’apertura delle urne i mercati avevano deciso che a vincere la consultazione sarebbe stato Remain. La sterlina ha toccato i massimi del 2016 sul dollaro, Ftse sugli scudi, probabilità implicita di esito favorevole all’Europa schizzato all’86% secondo Betfair contro il 78% di due giorni fa e il 68% della scorsa settimana. A decidere il corso dei mercati finanziari sono stati due sondaggi che confermavano il trend degli ultimi giorni, da giovedì scorso quando fu assassinata la deputata laburista Jo Cox, abbattuta a colpi di revolver da uno squilibrato con passioni neonaziste. Omicidio che resta il punto di svolta per capire l’orientamento del consenso in un Paese che si è scoperto molto più diviso di quanto fosse immaginabile. Gli opinion polls che hanno acceso i mercati sono stati quelli di Populus (55% Remain, 45% Leave) e ComRes che assegnava il 48% a Remain contro il 42% a Leave. Nel pomeriggio è giunta l’ultima rilevazione sulle intenzioni di voto prima di quella elaborata da Sky. Mori chiudeva il gap a 4 soli punti, con il 52% a Remain e 48% a Leave.
I margini variano, ma l’indicazione s’è fatta univoca nel giorno del referedum fino all’ipotesi di YouGov e tanto è bastato a rafforzare i sentimenti deli eurofili del Regno. A pesare in maniera determinante sull’atteggiamento quasi euforico delle trading rooms possono avere contribuito elementi di valutazione tenuti “coperti”, quegli exit polls che hedge funds e istituzioni finanziarie avrebbero fatto ieri per orientare le loro operazioni sulla base di elementi più concreti di una semplice intenzione. Un altro elemento significativo, apparso favorevole a uno scenario incline a Remain, è l’affluenza. Il dato non è ancora accertato, ma si ipotizza un numero record fra il 65 e il 70% oltre. In tutto il Paese sono state indicate code ai seggi anche nel sud-est battuto da piogge torrenziali, ottima ragione, normalmente, per evitare l’appuntamento referendario. David Cameron spera che il 70% dei 46,5 milioni di aventi diritto si sia recato ai seggi, e via Twitter ringrazia «tutti quelli che hanno votato per mantenere la Gran Bretagna più forte, più sicura e prospera in Europa». L’auspicio del premier è figlio di una considerazione precisa: i giovani sono considerati in maggioranza favorevoli all’Unione, ma sono anche coloro che più probabilmente si “dimenticano” di votare. Diverso l’atteggiamento degli anziani. Sono più disciplinati e più compatti a optare per Leave nel ricordo di tempi che non tutti considerano andati.
Lo scrutinio in pieno svolgimento mentre scriviamo si concluderà all’alba e dirà la direzione adottata da un Paese che al di là di qualsiasi esito dovrà fare i conti con l’altra metà di se stesso oltre che con le reazioni globali in caso di Brexit. La più tempestiva nell’annunciare che accadrà il giorno dopo è stata, ieri, Standard and Poors secca nel precisare che in caso di divorzio anglo-europeo la caduta del rating britannico sarebbe scontata e «avverrebbe – ha precisato Moritz Kramer numero uno dell’agenzia – entro un breve periodo di tempo». La decisione nasce da una considerazione politica sul destino del Regno Unito che rischia di trovarsi profondamente indebolito. Nel mirino c’è ovviamente Cameron, esplicito finora nell’escludere qualsiasi ricaduta su se stesso dell’esito del voto. In realtà se passasse la secessione britannica dalla Ue Cameron avrebbe non i giorni, ma le ore contate a Downing Street. E anche in caso di vittoria incerta si troverebbe nel mirino di una base parlamentare pronta a sollevarsi sulla scorta del malumore popolare.

Leonardo Maisano

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