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Ex Ilva, torna lo Stato azionista Riassetto all’esame di Bruxelles

Accordo fatto. Lo Stato entra nel capitale di ArcelorMittal e torna nell’acciaio dopo 25 anni, quando – era il 1995 – l’Ilva passò dall’Iri alla famiglia Riva. E, per una singolare coincidenza, lo Stato rientra con un ruolo di azionista nell’acciaio nel giorno in cui a Milano la Corte d’Appello assolve Fabio Riva, ex amministratore del gruppo e figlio del capostipite Emilio, dall’accusa di bancarotta per la holding Riva Fire che controllava l’Ilva. Una delle accuse – insieme a quella di disastro ambientale, che però resta ancora aperta con il processo a Taranto in Corte d’Assise – che fece capitolare nel 2013 i Riva inducendo il Governo Letta ad estrometterli dall’azienda attraverso il commissariamento.

Per l’impresa si apre una nuova fase. L’accordo – mentre andiamo in stampa – non ha ancora il timbro della formalizzazione, perché prima di procedere alla firma ultima, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte doveva ancora dare il suo placet politico visionandone i contenuti.

L’accordo è stato raggiunto e predisposto da tre parti: Arcelor Mittal SA (società di diritto lussemburghese), Arcelor Mittal Italy e Invitalia. A inizio febbraio dell’anno prossimo, si terrà l’aumento di capitale di AMInvestco, sottoscritto per 400 milioni di euro da Invitalia. Nelle prossime settimane, prima dell’operazione straordinaria, dovranno arrivare le autorizzazioni dalla Commissione europea: tecnicamente va fatta una notifica all’Antitrust europeo dalla Commissione per il “change of control”, anche se sullo sfondo rimane un tema di ingresso del capitale pubblico in una azienda privata siderurgica. A quel punto, il socio privato e il socio pubblico avranno ciascuno il 50 per cento. Nel giugno del 2022, si verificherà il secondo aumento di capitale, con lo Stato che andrà in maggioranza salendo al 60 per cento. Il valore di questo secondo round sarà fino a un massimo di 700 milioni di euro per Invitalia e di 70 milioni per Arcelor Mittal: una variabilità che dipenderà dal valore degli impianti e dalle condizioni finanziarie della società in quel momento. In tutto, dunque, in poco più di un anno la società dovrebbe essere ricapitalizzata per 1,17 miliardi di euro.

La governance avrà anch’essa due tempi distinti. Il consiglio di amministrazione sarà formato da sei membri: tre a testa. A Invitalia spetta la presidenza e a Mittal l’amministratore delegato, anche se questo potere di scelta è temperato dalla necessità del gradimento sul nome da parte dell’altro socio. Quando nel 2022 Invitalia prenderà la maggioranza, il meccanismo sarà diverso: nella sostanza a Invitalia spetterà il Ceo e a Arcelor Mittal la presidenza, con l’impegno però di identificarli in una rosa ristretta definita in maniera congiunta dai due azionisti. Nell’accordo – un contratto di duecento pagine, formalmente steso da Valerio Pescatore e Natalino Irti per Invitalia e da Cleary Gottlieb per Arcelor Mittal e in via di notifica all’Amministrazione Straordinaria, proprietaria degli impianti – è allegato il piano industriale.

Inoltre, compare l’elenco delle fonti finanziarie pubbliche da cui tutte le due parti – in particolare, naturalmente, lo Stato italiano – si impegnano ad attingere per una operazione che avrà una grandezza finanziaria molto significativa: i contratti di sviluppo, la Sace, i certificati ecologici. Non vi sono quantificazioni. E, neppure, compaiono nel contratto fonti straordinarie di matrice europea.

Per arrivare all’accordo, il percorso non è stato breve, nè facile. È vero che il coinvestimento dello Stato fu già delineato nell’accordo di marzo scorso al Tribunale di Milano tra ArcelorMittal Italia e Ilva in amministrazione straordinaria, proprietaria degli impianti. Ma, in quel momento, era solo l’obiettivo cui tendere entro fine novembre 2020 per evitare che Mittal potesse recedere definitivamente dal contratto pagando mezzo miliardo di euro. E, peraltro, a quell’accordo di marzo si giungeva dopo aver disinnescato un altro conflitto non irrilevante: il recesso che ArcelorMittal aveva minacciato a novembre 2019 spingendosi con gli atti al Tribunale di Milano. Tutto il percorso che porta all’ingresso di Invitalia in ArcelorMittal è stato invece costruito in questi mesi. E passa da un primo piano presentato da ArcelorMittal a giugno scorso, respinto dal Governo perché non corrispondente all’intesa di marzo. I cardini sono la produzione a 8 milioni di tonnellate da raggiungere nel 2025 con una risalita progressiva (già nel 2021 si vorrebbero fare 5 milioni contro i 3,2-3,3 di quest’anno), la rimessa in marcia del grande altoforno 5, il più grande d’Europa, il debutto sia del forno elettrico che del preridotto – quest’ultimo avrà impianto e società ad hoc -, la riduzione delle emissioni con interventi di ambientalizzazione.

In linea teorica nel 2025 l’occupazione di gruppo tornerà ad assestarsi sulle 10.700 unità, tanti quanti sono oggi i dipendenti effettivi. Dal 2021, ci sarà una lunga transizione con la cassa integrazione che coinvolgerà 3.000 persone già l’anno prossimo. Governo e Invitalia scommettono molto sull’operazione. Ne vogliono fare un punto di svolta ambientale e di rilancio industriale. Molto cauto il sindacato che reclama subito il confronto con le parti. Risanamento ambientale, effettiva occupazione, no ad un lungo “purgatorio” di cassa, disegno industriale chiaro, sono le priorità rivendicate dalla organizzazioni dei lavoratori. In una storia difficile, ancora una volta, c’è tensione a Taranto, con l’amministrazione comunale guidata da Rinaldo Melucci tenuta fuori da ogni decisione.

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