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Ex Ilva, scontro governo-Arcelor sulla tutela giuridica e ambientale

Il 6 settembre sarà un venerdì. Mancano cinque settimane all’ennesima scadenza che rischia di segnare il destino dell’ex Ilva. Quel giorno come stabilito dall’articolo 46 del decreto Crescita, approvato alla vigilia dell’estate, produrrà un effetto preciso: la fine dell’impunità per chi viola le norme a tutela della salute e della sicurezza negli stabilimenti siderurgici di Taranto.

Il punto è che le bonifiche, il piano di ristrutturazione e il progetto di rilancio, con tanto di messa a norma, erano state previste con il corredo di questo tipo di salvaguardia legale. La scelta del governo, in particolare del M5S, di dare un giro di vite, eliminando una norma introdotta dall’esecutivo Renzi nel 2015, ha generato un cortocircuito nei piani di ArcelorMittal, attuale gestore dell’impianto siderurgico ex Ilva. Tanto che ieri è andato in scena un botta e risposta tra il vicepremier Luigi Di Maio e l’azienda. A innescare la miccia sono le parole di Aditya Mittal, presidente e direttore finanziario di ArcelorMittal durante una conference call sui risultati trimestrali. «Devo dire che (il governo, ndr) è stato molto costruttivo con noi e sta lavorando a una nuova legge che ripristini l’immunità di cui abbiamo bisogno, perché — spiega Mittal — lo stabilimento non era conforme e per metterlo a norma c’è bisogno di investimenti in un arco di 3-5 anni. Il Parlamento ha approvato una legge che revoca l’immunità mentre il contratto ci garantisce determinati diritti». L’uscita, che coincide con la comunicazione dell’andamento di un trimestre archiviato da ArcelorMittal con 447 milioni di dollari di perdite e un calo dei ricavi del 3,6% su base annua, non piace affatto a Di Maio, che replica secco. «A Taranto abbiamo abolito l’immunità penale che aveva introdotto il PD. Proteggeva chi gestiva quello stabilimento anche in caso di morti sul lavoro o disastri ambientali. Oggi qualcuno ha detto che l’immunità tornerà. È falso». Non basta. «Quella norma mostruosa — aggiunge Di Maio — non tornerà mai più. Chi è responsabile della morte sul lavoro di un operaio o decide di non mantenere gli impegni presi sugli adeguamenti ambientali, d’ora in poi pagherà. Se ne facciano tutti una ragione». Una bordata che allarma i sindacati e che spinge ArcelorMittal a evidenziare in una breve nota l’esigenza della «necessaria tutela giuridica per poter continuare ad attuare il proprio piano ambientale e resta fiduciosa che si troverà una soluzione».

Una possibilità per uscire da un vicolo cieco è che il governo acconsenta un meccanismo di impunibilità a scadenza graduale, collegandolo cioè all’avanzamento e completamento degli interventi del piano ambientale nei siti Ilva. In assenza di concessioni ArcelorMittal ha già spiegato che dal 6 settembre l’effetto del decreto Crescita «non consentirebbe ad alcuna società di gestire l’impianto di Taranto».

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