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Ex Ilva, nuovo piano al vertice Arcelor, sindacati e Governo

È partito il confronto con i sindacati sul futuro dell’ex Ilva. Dopo l’intesa dello scorso 10 dicembre sull’ingresso dello Stato nel capitale di AMInvestco, ieri si è svolto il primo confronto con i rappresentanti sindacali, alla presenza di quattro ministri Stefano Patuanelli (Sviluppo economico), Nunzia Catalfo (Lavoro), Roberto Gualtieri (Economia) affiancato dal consigliere economico Marco Leonardi, e Giuseppe Provenzano (Sud), dei vertici di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli e Invitalia Domenico Arcuri. Quest’ultimo si è detto fiducioso che entro gennaio arriverà il via libera dell’Antitrust europeo, per consentire ad Invitalia di sottoscrivere l’aumento di capitale da 400 milioni, ed avere una partecipazione paritetica nella nuova società. Lo step successivo è previsto tra maggio e giugno 2022, con un nuovo aumento di capitale da parte di Invitalia (680 milioni di euro), che avrà il controllo del nuovo gruppo con il 60% delle quote. Il successo dell’operazione, ha ricordato Arcuri, è condizionato al dissequestro degli impianti, e all’accordo sindacale. Secondo il nuovo piano industriale la produzione dovrà crescere dalle attuali 3,4 milioni di tonnellate – un minimo storico – a 5 milioni annue (2021) per raggiungere nel 2023 le 6 milioni di tonnellate, e attestarsi a 8 milioni nel 2025. L’investimento sarà di 5,1 miliardi, di questi 1,3 miliardi andranno al Piano ambientale per ridurre del 70% le emissioni inquinanti. I nuovi investimenti serviranno per il rifacimento di Afo5 – che affiancherà l’altoforno 4-, per la realizzazione di un forno elettrico e di un impianto di preridotto al di fuori del perimetro aziendale.

Per il segretario generale della Fim Cisl, Roberto Benaglia, l’incontro ha «finalmente chiarito gli aspetti alla base dell’intesa di marzo» tra governo e azienda», il tema dell’occupazione «resta centrale, servono garanzie reali per i 10.700 dipendenti e per i 1600 lavoratori di Ilva in AS», che «non possono essere esclusi dal perimetro della nuova intesa. Anche per loro va trovata una soluzione dentro l’accordo. Abbiamo chiesto ai ministri chiarimenti per l’integrazione del 10% prevista da precedenti accordi ministeriali, ricevendo garanzie che l’integrazione verrà confermata per il 2021».

È la gestione della transizione a preoccupare Rocco Palombella, leader della Uilm: «è inaccettabile un nuovo accordo che prevede migliaia di lavoratori in cig per cinque anni, 3mila per i primi due, nonostante l’immediata risalita produttiva a 5 milioni di tonnellate annue», inoltre, «se da un lato è positivo il rifacimento dell’altoforno 5 con le migliori tecnologie esistenti, dall’altro riteniamo troppo lunghi i tre anni previsti per la realizzazione del forno elettrico e degli impianti di preridotto». Anche per la leader della Fiom Cgil, Francesca Re David «c’è una differenza sostanziale riguardo al tema dell’occupazione rispetto all’accordo del 2018 e preoccupa l’allungamento dei tempi. Il piano prevede un allungamento di due anni, arriviamo al 2025». Mentre il precedente piano si concludeva nel 2023 e «stabiliva il riassorbimento da subito dei 10.700 lavoratori e il vincolo occupazionale per i 1.700 in As». Per l’Usb «sul tavolo ci sono solo dei titoli». Intanto, scoppia il caso delle tredicesime. Che nel pomeriggio di ieri, affermano i sindacati metalmeccanici, non risultavano accreditate a circa l’80% del personale (a Taranto i dipendenti diretti di ArcelorMittal Italia sono 8.200). Fim, Fiom e Uilm hanno inviato una nota di protesta ai vertici dell’azienda e attendono che oggi tutto sia regolarizzato. Dopo la tregua sull’indotto, sembra riaprirsi in parte il problema dei ritardati pagamenti alle imprese esterne da parte di ArcelorMittal. È il caso della Semat, una delle appaltatrici più grandi, dove il personale ha scioperato perchè non ha ricevuto le retribuzioni di novembre. I sindacati sostengono che l’azienda ha attribuito l’accaduto al ritardo nei pagamenti da parte di ArcelorMittal.

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