Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Ex-Ilva, corsa a ostacoli per lo Stato I dubbi del nuovo consiglio sul bilancio

Sembrava che la sentenza del Consiglio di Stato della settimana scorsa potesse essere un nuovo punto di partenza per l’ex-Ilva, ora Acciaierie d’Italia. Ma al momento non è ancora così. Ieri, mentre il ministro del Lavoro Andrea Orlando era a Genova, teatro di tensioni con i lavoratori, è partita una nuova tranche di cassa integrazione ordinaria per 13 settimane che interessa fino a 4 mila addetti a Taranto e quasi mille in Liguria. Per l’8 luglio, al Mise, è stato convocato da Giancarlo Giorgetti un incontro con azienda e sindacati. Venerdì scorso un altro ministro, Roberto Cingolani dal MiTE, ha mandato un segnale di fermezza dal governo non autorizzando l’ennesima proroga dei lavori sulla cokeria dell’impianto di Taranto (la batteria 12), uno dei tanti punti ambientali nevralgici. Interventi che si sarebbero dovuti fare in pochi mesi, ma mai completati dal 2017.

Tutte questioni ineludibili. Ma per iniziare ad uscire dal vicolo cieco manca ancora un importante tassello: l’approvazione del bilancio 2020 della società e l’insediamento effettivo del nuovo consiglio, quello dove la parte pubblica che rappresenta Invitalia (38% del capitale, 50% dei diritti di voto, 400 milioni già versati e verosimilmente già sciolti come neve al sole) avrà tre amministratori su sei (Franco Bernabè, Carlo Mapelli, Stefano Cao) e la presidenza (Bernabè). Il nodo si stringe sempre di più sulla questione che era emersa nei mesi scorsi: chi approva il bilancio 2020? Il nuovo corso non aveva e non ha alcuna intenzione di farlo, il vecchio, nei mesi scorsi, aveva provato senza successo a tenere l’assemblea per nominare il nuovo consiglio e poi fare approvare i conti. Non è cosa da poco, perché il «sì» riguarda l’assunzione di responsabilità sulla gestione passata, che Bernabè e colleghi non hanno alcuna intenzione di prendersi. L’attesa si sta prolungando fine al limite estremo: il bilancio doveva essere approvato entro aprile, poi si è deciso di prendere tutto il tempo disponibile (causa pandemia) sino a fine giugno per aspettare il Consiglio di Stato e il possibile effetto sulla «continuità aziendale» (mentre invece la capogruppo Arcelor Mittal ha comunque approvato il suo bilancio, che comprende l’attività italiana, pur decidendo di non consolidarla più a partire dal 2021). A ieri sera l’assemblea per le nomine di Acciaierie d’Italia non risultava convocata e la data ultima per i conti 2020 è sempre più vicina. Peraltro uno dei capitoli più delicati del bilancio riguarderebbe l’esposizione verso i fornitori, che supererebbe ampiamente quota due miliardi di euro. Fino a quando non si supererà l’impasse il ristagno continuerà e le occasioni di mercato, con i coils schizzati a 1.200 euro la tonnellata, andranno sprecate.

Il cronoprogramma delle cose da fare, per di più, appare assai nutrito. Per prima cosa Bernabè e il nuovo consiglio dovranno urgentemente assolvere a tutte le prescrizioni ambientali. Poi dovranno velocemente affidare gli studi di fattibilità relativi al nuovo assetto produttivo, che prevede la progressiva sostituzione degli attuali altoforni a coke con impianti a gas per il preridotto e i forni elettrici. Un passo in avanti notevole dal punto di vista ambientale, visto che consentirebbe di eliminare il coke (con annessi e connessi) e più che dimezzare le emissioni rispetto alla tecnologia corrente. La fornitura andrà messa a gara, scegliendo tra i «big» del mercato tra i quali si segnalano in particolare Tenova Hyl(gruppo Rocca, ha un contratto di licenza con la Danieli) oppure la Midrex, che fa parte del gruppo Kobe Steel. Ogni linea sarebbe «costruita in ombra», ovvero in parallelo agli altoforni esistenti e senza interrompere l’attività, e potrebbe essere completata in una trentina di mesi, garantendo ciascuna una produzione di 2-2,5 milioni di tonnellate l’anno.

Ultimata la trasformazione chissà che cosa sarà rimasto dell’eccezionale momento di mercato, che secondo gli analisti garantisce oggi un margine di 350 euro ogni tonnellata di acciaio prodotta. Il che significa, in pura ipotesi, che raggiungendo quota 6 milioni di tonnellate a Taranto si potrebbero incassare più di 2 miliardi di euro l’anno. Senza contare, infine, la possibilità di rifornire il mercato italiano, non ultimi i siti produttivi genovesi i cui operai sono scesi in strada, e dai cui contenitori di latta dipende buona parte del sistema agro-alimentare nazionale.

Print Friendly, PDF & Email

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Carlos Tavares sorprende il mercato e, in un momento non facile per l’auto, migliora in misura si...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Nexi e Alpha Services and Holdings, capogruppo della greca Alpha Bank, hanno avviato una partnershi...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Senza infamia, ma anche senza lode. Il mondo della banche italiane esce sostanzialmente indenne dai...

Oggi sulla stampa