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Ex-Ilva, annullato lo stop del Tar«Ora via ai piani di transizione»

Nessuna chiusura dell’area a caldo. Acciaierie d’Italia, l’ex Ilva, potrà proseguire con regolarità la sua attività produttiva. Lo ha deciso il Consiglio di Stato che ha annullato la sentenza del Tar di Lecce che — confermando un’ordinanza del febbraio 2020 del sindaco di Taranto Rinaldo Melucci — aveva ordinato lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto perché inquinanti. Per i giudici di appello della quarta sezione di Palazzo Spada, invece, le circostanze che hanno portato all’ordinanza del sindaco non hanno evidenziato «un pericolo ulteriore rispetto a quello ordinariamente collegato allo svolgimento dell’attività industriale». Tale da giustificare l’intervento del sindaco il cui «potere di ordinanza non risulta suffragato da un’adeguata istruttoria e risulta, al contempo, viziato da intrinseca contraddittorietà e difetto di motivazione», così come si legge nelle 60 pagine di motivazione della sentenza. Da qui l’illegittimità dell’ordinanza — impugnata da Acciaierie d’Italia (all’epoca ArcelorMittal Italia), Ilva in amministrazione straordinaria e Invitalia — e il conseguente annullamento. Di più, secondo i giudici del Consiglio di Stato, il «potere di ordinanza» del sindaco ha «finito per sovrapporsi alle modalità con le quali, ordinariamente, si gestiscono e si fronteggiano le situazioni di inquinamento ambientale e di rischio sanitario, per quegli stabilimenti produttivi abilitati dall’Aia».

La decisione del Consiglio di Stato — dal punto di vista dell’operatività dello stabilimento — è fondamentale, ancor più del primo grado del processo «Ambiente svenduto» che pure ha disposto la confisca degli impianti dell’area a caldo per il reato di disastro ambientale (imputato alla gestione Riva). La confisca, infatti, sarà operativa ed efficace solo dopo la Cassazione, mentre una conferma dell’ordinanza da parte del Consiglio di Stato avrebbe avuto effetti entro 60 giorni.

L’attesa per la decisione aveva di fatto congelato tutti i progetti. Che ora possono ripartire, nella direzione della transizione ecologica, con una nuova governance: con l’approvazione del bilancio 2020 (entro il 30 giugno) è previsto l’insediamento del nuovo cda con Franco Bernabè presidente. Arriverà presto un «piano industriale ambientalmente compatibile e nel rispetto della salute, accogliendo la filosofia del Pnrr recentemente approvato», si è affrettato a comunicare il ministro dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti. Cui ha fatto eco Acciaierie d’Italia, pronta a presentare già dalla prossima settimana, insieme ai partner industriali Fincantieri e Paul Wurth, una «proposta di piano per la transizione ecologica dell’intera area a caldo» con l’obiettivo di produrre «acciaio verde italiano». Un piano che, secondo l’eurodeputata tarantina del gruppo Greens/Efa, Rosa D’Amato, la Commissione europea avrebbe bocciato perché «nella nuova versione del Pnrr non c’è più il progetto per la produzione dell’acciaio attraverso Dri (preridotto) con metano e fusione in un forno elettrico, e successivo sviluppo a idrogeno verde».

Se da una parte lavoratori e sindacati hanno tirato un sospiro di sollievo lo stop all’attività scongiurato, il sindaco di Taranto e i comitati ambientalisti hanno annunciato che la battaglia continuerà. Lavoro contro salute, come sempre. Adesso, però, la transizione vuole fare da paciere.

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