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Ex Ilva, allarme dell’industria: evitare lo stop dell’area a caldo

No allo spegnimento degli impianti dell’area a caldo del siderurgico ArcelorMittal, ex Ilva, a Taranto. Dal mondo industriale e del lavoro sale la richiesta per evitare lo stop della fabbrica dopo la sentenza del Tar di Lecce che ha ordinato lo spegnimento di altiforni ed acciaierie entro 60 giorni a partire dalla pubblicazione della decisione, avvenuta sabato 13 febbraio. Con la sua pronuncia, il Tar ha infatti confermato l’ordinanza di febbraio 2020 del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, a proposito di impianti inquinanti e respinto i ricorsi presentati da ArcelorMittal, in qualità di gestore, e dalla proprietà Ilva in amministrazione straordinaria.

Ma adesso si apre un nuovo capitolo. Da un lato, c’è il ricorso al Consiglio di Stato, che presenterà ArcelorMittal per stoppare la sentenza di primo grado, e dall’altro, l’invito al nuovo Governo per trovare una soluzione. Attendendo l’esito del Consiglio di Stato, Confindustria riassume in quattro punti cosa accadrebbe se l’ex Ilva dovesse fermarsi. In primo luogo, dice Confindustria in una nota, «interrompere la produzione e la fornitura dell’acciaio prodotto a Taranto, mette in seria difficoltà le filiere della manifattura italiana che ne hanno necessità».

Poi «si avrebbe un sicuro e rilevante aggravio della bilancia commerciale nazionale, poiché occorrerebbe importare l’acciaio dall’estero in una già difficile congiuntura per la siderurgia a livello mondiale». E ancora, evidenzia Confindustria, «la chiusura nell’immediato, vanificherebbe tutti gli sforzi compiuti per limitare il numero di esuberi, mettendo a serio rischio migliaia di lavoratori e famiglie». Ultimo punto richiamato da Confindustria è che bloccando la fabbrica, «sarebbe vanificato in maniera traumatica e definitiva il processo di investimenti intrapreso per la messa in sicurezza degli impianti e per la sostenibilità ambientale della produzione che, da oltre 8 anni, è al centro degli sforzi pubblici e privati». «Confidiamo in un’azione sinergica di tutte le istituzioni affinché ascoltino la voce delle imprese in una materia di tale rilevanza» chiede Confindustria.

In campo anche Federacciai. Il presidente Alessandro Banzato, ha detto che «senza entrare nel merito della sentenza – che evidentemente verrà discussa nei successivi gradi di giudizio – il timore è che questo atto possa fermare o comunque rallentare il processo di risanamento e rilancio della fabbrica». Per Banzato, «mentre proseguono i lavori per il miglioramento ambientale del sito, sono infatti in corso le complesse attività per una ripresa produttiva che è fondamentale non solo per la filiera siderurgica nazionale ma anche in previsione dell’imminente ingresso di Invitalia nel capitale della società sulla base di un piano industriale che avvierà un graduale processo di decarbonizzazione dello stabilimento». «Il nostro auspicio – conclude Banzato – è che venga adottata una sospensiva di questa sentenza e che il Governo appena incaricato si adoperi per evitare lo spegnimento del più grande stabilimento siderurgico italiano».

I vertici nazionali di Fim, Fiom e Uilm hanno intanto scritto ai ministri Cingolani, Franco, Giorgetti e Orlando chiedendo un incontro “urgente” e segnalando che «l’avvio della fermata avrà come conseguenza la distruzione graduale e irreversibile degli impianti coinvolti (cokerie, agglomerato, altiforni, convertitore, colate continue, treni nastri), il blocco di tutta la produzione di laminazione per mancanza di acciaio, la sospensione di tutte le operazioni di bonifica e degli investimenti di riconversione ambientale previsti»

Scenario, questo, evocato anche dai legali che stanno seguendo il dossier in vista del round al Consiglio di Stato. «Una fermata forzata degli impianti – sostengono – non permetterebbe la tenuta in riscaldo dei forni, ne conseguirebbe il loro crollo e quindi la distruzione dell’asset aziendale di proprietà di Ilva in amministrazione straordinaria». Inoltre, a proposito dell’ordinanza del sindaco di Taranto, che si basa su emissioni di agosto 2019 e di febbraio 2020, i legali osservano che subito dopo il provvedimento municipale, Ispra, competente in materia di Autorizzazione integrata ambientale, ha effettuato un’ispezione all’interno del siderurgico «con l’obiettivo di verificare se nei giorni 23 e 24 febbraio 2020, cioè in concomitanza con gli eventi odorigeni, vi fossero state situazioni tali da potersi considerare quali violazioni rispetto alle prescrizioni Aia cui la società è soggetta». Ispra, però, rilevano i legali, «ha confermato il rispetto delle prescrizioni Aia ed ha affermato che non vi è una dimostrabile correlazione tra gli eventi odorigeni di febbraio 2020 e le attività produttive di AMI». Inoltre, si prosegue, «non solo il gestore AMI, ma neppure il ministero dell’Ambiente ed Ispra hanno individuato una correlazione tra gli eventi dei giorni 23 e 24 febbraio 2020 e il ciclo produttivo dello stabilimento siderurgico. Infatti – si dichiara – non è stato possibile individuare, come invece chiedeva l’ordinanza sindacale, “sezioni di impianto interessate alle criticità emissive”, né le eventuali misure necessarie a risolvere tali pretese criticità». Mentre per quanto riguarda ciò che è accaduto ad agosto 2019 all’impianto di agglomerazione, «il ministero dell’Ambiente, così come Ispra, ha depositato documentazione presso il Tar Lecce ed ha confermato che gli eventi non hanno comportato il superamento di alcun limite Aia per le emissioni dello stabilimento». Ma «nella sentenza del Tar di Lecce del 13 febbraio 2021 si tralascia la valenza tecnica delle affermazioni di Ispra e del ministero dell’Ambiente» chiosano i legali.

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