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Evasori fiscali, si apre il carcere

di Roberto Rosati 

Norme penali più severe per gli evasori fiscali: non si potrà accedere alla sospensione condizionale della pena per i reati di dichiarazione fraudolenta, infedele od omessa, di false fatturazioni, di distruzione delle scritture contabili, se l'imposta sottratta all'erario è superiore a 3 milioni di euro e al 30% del fatturato. L'accesso al patteggiamento sarà consentito solo a chi avrà prima saldato i conti con il fisco. E la magistratura avrà più tempo per chiudere i processi.

Sono alcune novità della revisione delle disposizioni sui reati tributari previste nella manovra-bis, su cui ieri il senato ha votato la fiducia in quella che dovrebbe oramai essere la versione definitiva. Ecco in dettaglio le modifiche al dlgs n. 74/2000, che, come espressamente previsto, si applicheranno solo ai fatti successivi all'entrata in vigore delle nuove norme.

Più concreto il rischio del carcere

Per i grandi evasori, la prospettiva del carcere sarà più concreta. Per i delitti previsti negli articoli da 2 a 10, infatti, qualora l'imposta evasa o non versata sia superiore a 3 milioni di euro e al 30% del volume d'affari, non sarà più possibile beneficiare dell'istituto della sospensione condizionale della pena di cui all'art. 163, c.p. Questa disposizione larga parte dell'area dei reati tributari, dai delitti in materia di dichiarazioni dei redditi e dell'Iva (frode, infedeltà, omissione) a quelli in materia di documenti (false fatturazioni, distruzione della contabilità). Ma non tutta. Ne sarebbero infatti esclusi, oltre al reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, i reati di omesso pagamento dei tributi e di indebita compensazione di crediti, che pure figurano, per via di quello che ieri in senato è stato definito dalla maggioranza un «refuso» da correggere, nell'emendamento depositato.

Patteggiamento vincolato

Riguarda indistintamente tutti i delitti previsti dal dlgs n. 74/2000 la modifica all'art. 13, volta a stabilire che l'accesso all'istituto dell'applicazione della pena su richiesta delle parti di cui all'art. 444 c.p.p. (patteggiamento) è subordinato alla ricorrenza della circostanza prevista dall'art. 13, commi 1 e 2. In sostanza, il patteggiamento sarà consentito solo a chi, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, abbia estinto con il pagamento i debiti tributari relativi ai fatti che sono alla base dei delitti stessi, comprese le sanzioni tributarie amministrative, anche nel caso in cui queste non siano irrogabili in base al principio di specialità.

Revisione della circostanza attenuante

In caso di pagamento del debito tributario, l'attenuante di cui all'art. 13 consisterà nella riduzione della pena ad un terzo, anziché alla metà come previsto sino ad oggi. Il combinato disposto della rimodulazione della circostanza attenuante in senso più benevolo e del vincolo sul patteggiamento mira evidentemente a «spingere» a saldare i conti con il fisco, come emerge apertamente dalla relazione tecnica, che considera «i maggiori incassi da attività di accertamento che scaturiranno dal nuovo vincolo per il patteggiamento».

Elevazione dei termini di prescrizione

L'art. 17 del dlgs n. 74/2000, che fino ad ora contempla solo l'interruzione della decorrenza della prescrizione per i delitti tributari, viene integrato con una disposizione che stabilisce che, per i delitti previsti dagli articoli da 2 a 10 i termini di prescrizione sono aumentati di un terzo.

Revisione delle soglie

Un ultimo intervento, non certo meno importante nell'ottica degli obiettivi perseguiti, consiste nella revisione al ribasso delle soglie per la rilevanza penale delle violazioni tributarie in materia di imposte sui redditi e di Iva. L'abbassamento dell'asticella, naturalmente, farà sì che l'illecito tributario possa sconfinare più facilmente nell'area penale. Ecco, in dettaglio, come cambia la struttura dei reati.

Dichiarazione fraudolenta con false fatturazioni

Per chi evade l'Iva o le imposte sui redditi utilizzando fatture o documenti falsi nelle dichiarazioni annuali, la reclusione sarà in ogni caso da un anno e mezzo a sei anni, ai sensi dell'art. 2, comma 1, del dlgs n. 74/2000. Verrà infatti abrogata l'ipotesi del comma 3, che oggi prevede la minore pena da sei mesi a due anni qualora gli elementi passivi fittizi indicati nella dichiarazione siano di importo inferiore a 154.937 euro.

Dichiarazione fraudolenta con altri artifici

Sinora, per integrare il delitto di dichiarazione fraudolenta con altri artifici (diversi dall'uso di fatture o documenti falsi), ai sensi dell'art. 3, occorre superare congiuntamente i seguenti limiti:

a) evasione d'imposta per almeno 77.469 euro

b) sottrazione all'imposizione di elementi attivi per importo superiore al 5% di quelli indicati nella dichiarazione, o comunque superiore a 1.549.371 euro.

La soglia monetaria di cui alla lettera a) viene ridotta a 30 mila euro, mentre quella della lettera b) a 1 milione di euro.

Dichiarazione infedele

Per configurare il reato di dichiarazione infedele di cui all'art. 4, oggi occorre superare congiuntamente le seguenti soglie:

a) imposta evasa superiore a 103.291 euro

b) sottrazione all'imposizione di elementi attivi superiori al 10% di quelli indicati nella dichiarazione, o comunque superiori a 2.065.827 euro.

In questo caso, la manovra abbassa la soglia sub a) all'importo di 50 mila euro e arrotonda quella sub b) a 2 milioni di euro.

Omessa dichiarazione

Il delitto di omessa dichiarazione di cui all'art. 5 si realizza, attualmente, se l'imposta evasa è superiore a 77.469 euro; questa soglia viene ridotta a 30 mila euro.

Emissione di fatture fittizie

Così come per il delitto di utilizzazione nella dichiarazione di fatture false di cui all'art. 3, anche per il delitto speculare di emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, di cui all'art. 8, viene soppressa l'ipotesi tenue del comma 3, che prevede la reclusione da sei mesi a due anni se l'importo è inferiore a 154.937 euro nel periodo d'imposta. Questo reato, pertanto, sarà in ogni caso punito con la reclusione da un anno e mezzo a sei anni, indipendentemente dall'entità del danno causato all'erario.

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