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Evasione, tolleranza per chi sbaglia Ma niente salvacondotto sulle frodi

Verrà sciolto con ogni probabilità entro questa settimana dal premier in persona il nodo della soglia di non punibilità penale del 3% dell’imponibile per i reati fiscali, introdotto da uno dei decreti attuativi della delega fiscale, approvato alla vigilia di Natale in Consiglio dei ministri, e poi ritirato da Matteo Renzi. 
Tra ritirare l’articolo 19 bis, su cui si sono allungate le ombre di un possibile aiuto a Silvio Berlusconi, condannato in via definitiva per frode fiscale, e lasciarlo così com’è, infischiandosene delle polemiche, starebbe prevalendo una via di mezzo: eliminare la fattispecie della frode tra quelle dei reati cui verrebbe applicata la soglia del 3% (o più bassa: 1-2%).
Qualche traccia di questa intenzione è emersa prima dalle parole del ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, che ha richiamato il «modello francese», poi da quelle dello stesso premier che, ospite di Porta a porta, ha detto: «Se l’evasore sbaglia con una piccolissima differenza, dell’1-2%, si può discutere: lo facciamo pagare il doppio ma non gli diamo il penale». Di errore dunque si sta parlando e non di frode.
In termini più tecnici verrebbero esclusi dalla depenalizzazione al di sotto di una certa soglia i reati oggi previsti agli articoli 2, 3 e 8 del decreto legislativo 74/2000: dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o di altri documenti per operazioni inesistenti, dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici e emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti.
Rientrerebbe nella depenalizzazione la dichiarazione infedele, cioè il reato commesso da chi, «al fine di evadere le imposte dirette o l’Iva (senza un impianto fraudolento, ma comunque consapevolmente e volontariamente), indica elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo o elementi passivi fittizi. Un reato oggi punibile a condizione che l’imposta evasa sia superiore a 50 mila euro e il totale degli elementi attivi sottratti all’imposizione sia superiore al 10% degli importi dichiarati o comunque superiore a due milioni di euro. Requisiti peraltro elevati dal nuovo decreto fiscale rispettivamente a 150 mila euro e a tre milioni di euro, non senza ulteriori polemiche.
Ma tra i punti controversi, su cui si è appuntata l’attenzione dell’Agenzia delle Entrate, c’è anche la norma del decreto che dispone il raddoppio dei termini di accertamento per frodi fiscali che non farebbe salvi gli atti notificati dall’entrata in vigore del decreto fiscale. Secondo Rossella Orlandi, capo dell’agenzia, questa norma metterebbe a rischio circa 20 mila controlli e un gettito di oltre 16 miliardi tra maggiori imposte accertate, sanzioni e interessi.
Il timore che l’attenzione mediatica su come cambierà la norma del 3% possa oscurare il complesso lavoro condotto dal ministero dell’Economia che arriverà in Consiglio dei ministri il 20 febbraio, potrebbe indurre Renzi a sollevare il velo sulle sue decisioni con qualche anticipo.

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