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Evasione, recuperati 19 miliardi

«Mettiamola così. L’anno scorso abbiamo recuperato all’evasione la stessa cifra del 2015, 15 miliardi di euro, e poi, in più, abbiamo fatto 450 mila atti di accertamento straordinari, che hanno portato altri 4 miliardi…». Il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi, raggiante, difende il nuovo record degli incassi nella lotta all’evasione. Guai a chi le dice che c’era la voluntary disclosure straordinaria. «Certo. E ha avuto anche un gran successo. Ma non è stato un caso. Ci è costata una fatica immane: abbiamo esaminato 129 mila istanze, prodotto 344 mila accertamenti, notificato 125 mila sanzioni. Però i risultati si sono visti: abbiamo incassato 500 milioni in più del previsto, e i conti non sono definitivi. Abbiamo replicato l’incasso del 2015, lavorato di più, ed eravamo di meno».

E senza dirigenti, dopo la sentenza della Consulta che ne ha declassati gran parte…

«È stato un anno difficile. Molto faticoso. Cambiare modo di lavorare e al tempo stesso garantire il gettito, certamente non nella miglior situazione organizzativa possibile. Ci abbiamo provato, e non abbiamo mollato mai. Facciamo i nostri errori, abbiamo le nostre criticità, ma lavoriamo con passione. Siamo un’amministrazione che cambia, che non è ferma».

Il ministro Padoan ha prefigurato un intervento di legge sulla questione del personale. Lei cosa chiede?

«La possibilità di migliorare e cambiare l’organizzazione con le migliori professionalità. La stabilità e la certezza del lavoro».

Dopo la sentenza avete perso manager importanti.

«Sì, ma abbiamo ottenuto grandi risultati ugualmente con le risorse che avevamo. Non abbiamo lasciato che le criticità ostacolassero il nostro lavoro. Servono mezzi e investimenti, ma il personale è la vera ricchezza. Sono contenta che Padoan l’abbia ricordato».

Le somme recuperate all’evasione crescono ogni anno, ma quanta parte è ormai da considerare strutturale?

«Tanta. La stessa voluntary disclosure ha fatto emergere 60 miliardi di redditi imponibili. Abbiamo degli studi che dimostrano come un’azienda che riceve un nostro atto di accertamento nei tre anni successivi paga più imposte».

Succede lo stesso con i semplici contribuenti?

«In un certo senso sì. Nel 2015, tra le altre, abbiamo mandato 220 mila lettere, neanche atti formali, a quelli che non avevano presentato la dichiarazione dei redditi. Gli abbiamo fatto amichevolmente presente la pesantezza delle sanzioni per l’omessa dichiarazione e metà di loro l’ha presentata un attimo dopo. L’alert preventivo ha funzionato. Nel 2016 le segnalazioni di omessa dichiarazione sono state 50 mila in meno. L’anno scorso tra i 500 mila contribuenti che hanno avuto una lettera per la mancanza della dichiarazione, la presenza di errori, o l’omissione di certi redditi, circa 220 mila hanno presentato una dichiarazione integrativa».

Poi ci sono altri 280 mila accertamenti sui contribuenti. Avete cominciato a usare la banca dati dei conti bancari?

«Siamo ancora in fase sperimentale, ma le indagini finanziarie si fanno in casi particolari, e solo per corroborare un accertamento».

Il governo cerca altri fondi nell’evasione per la manovra correttiva. Hanno funzionato lo split payment e il reverse charge dell’Iva che si vogliono estendere?

«Lo split payment, con cui lo Stato versa l’Iva sui suoi acquisti direttamente a se stesso ha portato più del previsto. Sono stati recuperati quasi 2,5 miliardi di imposta. Funziona, ma richiede un grande sforzo da parte nostra. In un anno abbiamo dimezzato i tempi dei rimborsi, per evitare problemi di liquidità ai fornitori della pubblica amministrazione, premiando con tempi più rapidi quelli più affidabili. Il reverse charge, la fatturazione inversa, si applica a determinate merci. Anche questo funziona, ma si tratta evidentemente di un’eccezione all’ordinario sistema dell’Iva ».

Mario Sensini

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