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Evadono pure tedeschi e francesi

Tedeschi e francesi evadono come se non più degli italiani. Almeno in termini assoluti. I fondi neri portati oltrefrontiera da parte dei contribuenti transalpini e di quelli teutonici hanno raggiunto un valore complessivo compreso tra il 9 e il 10% della ricchezza prodotta dai rispettivi paesi alla fine del 2010.

Questo vuol dire che nel mondo sono parcheggiati almeno 190 miliardi di euro di fondi neri francesi, e 236 miliardi tedeschi. Stesse percentuali ma importi diversi per l’Italia i cui valori stimati (122 miliardi di euro nel 2010) non tengono conto dei flussi di capitali rientrati nella Penisola a seguito dell’ultimo scudo fiscale firmato Tremonti (40 miliardi di euro circa). Operazione, questa, che dovrebbe far crollare la percentuale di capitali italiani all’estero non dichiarati al Fisco, al 7% circa del pil nazionale. Questi i risultati di un’analisi condotta dagli esperti della Banca d’Italia, che tuttavia, per stessa ammissione di via Nazionale, rappresentano una sottostima dei flussi e dell’entità dei capitali sfuggiti al Fisco e parcheggiati nei paradisi fiscali da parte dei contribuenti europei. «Abbiamo cercato di quantificare il potenziale ordine di grandezza del fenomeno», si legge nel documento, «attraverso un metodo di stima basato sul confronto delle statistiche degli investimenti di portafoglio avvalendoci dei dati della Coordinated portfolio investment survey del Fondo monetario internazionale, integrati con una pluralità di basi dati internazionali». Il lavoro di ricerca ha portato gli esperti di Bankitalia a puntare il dito contro gli olandesi considerati la popolazione più incline a far sparire i propri guadagni al di fuori del paese tenendone all’oscuro le autorità fiscali. In base ai risultati dell’analisi, infatti, il livello dei fondi neri presenti al di fuori dell’Olanda si attestano al 16% del pil del 2010 (che equivale a 55 miliardi di euro circa). Mentre in Spagna, la percentuale non sembra salire al di sopra del 6% (40 miliardi). Gli analisti della Banca d’Italia sono andati oltre e hanno verificato l’entità della discrepanza (per quanto possibile), tra gli asset finanziari dichiarati su scala globale e quelli effettivamente presenti nel sistema bancario. Ebbene, alla fine del 2010 i conti non tornavano per 4.469 miliardi di dollari, in crescita rispetto ai 4.275 di un anno prima. Soprattutto se raffrontati con i valori registrati nel corso dell’ultimo decennio. Secondo l’analisi di Bankitalia, soltanto a inizio millennio, nel 2001, la discrepanza tra le attività detenute e quelle dichiarate su scala mondiale non andava infatti oltre i 2.266 miliardi di dollari, esattamente la metà di quanto registrato a dieci anni di distanza. Valori costanti, invece, se confrontati in base al livello della ricchezza generata su scala globale: 7,1% nel 2001 e 7,1% nel 2010 come risultato del forte incremento del pil globale registrato negli ultimi tempi a seguito del boom economico dei nuovi giganti emergenti. Ma quali sono i paesi a cui si lega maggiormente la discrepanza tra le somme effettivamente depositate e quelle dichiarate? Sul fronte delle equity Securities (le azioni), il 75% delle discrepanze riscontrate dalla Banca d’Italia riguardano le Isole Cayman, il Lussemburgo, gli Stati Uniti, l’Irlanda, Guernsey e Jersey. Mentre sul versante delle debt Securities (titoli di debito) la parte del leone in termini di discrepanza la fanno gli Usa, seguiti da Francia, Giappone, Olanda e Australia.

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