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Eutanasia degli studi di settore Si dimezzano gli adeguamenti

Studi di settore in crisi d’identità. Dopo quasi 20 anni di applicazione della metodologia principe dell’accertamento induttivo, sul suo utilizzo futuro si addensano ora minacciose nuvole nere. E non è la prima volta che il ruolo degli studi di settore e dell’intera metodologia di accertamento sottostante viene messa in discussione. Certo le vere e proprie «picconate» subite negli ultimi 4/5 anni da Gerico & c. non sono di poco conto. Si pensi alle pronunce delle sezioni unite del 18 dicembre 2009 (nn. 26635-26636-26637 e 26638) che hanno «definitivamente» ridotto la valenza probatoria degli studi di settore a mere presunzioni semplici. Si pensi poi alla necessità di introdurre, per la prima volta per il periodo d’imposta 2008 e poi per tutti i successivi 2013 compreso, i famigerati correttivi congiunturali anticrisi finalizzati a sterilizzare le risultanze di Gerico per tener conto della gravissima crisi economica in atto. Si pensi, infine, agli investimenti che l’Agenzia delle entrate ha nel frattempo effettuato sul nuovo accertamento sintetico delle persone fisiche (c.d. redditometro 2.0) a totale discapito degli studi di settore con il conseguente «sorpasso» del numero di accertamenti sintetici rispetto a quelli induttivi da studi di settore verificatosi, già nel periodo d’imposta 2010.

I responsabili della politica fiscale e della sua concreta attuazione sono dunque di fronte a un vero e proprio bivio.

Vale ancora la pena continuare a investire ingenti risorse di uomini e di mezzi per uno strumento che accusa, inesorabilmente, i segni del tempo o è più opportuno pensare al suo definitivo superamento?

L’occasione per porsi questo interrogativo l’ha fornita di recente la Corte dei conti, che ha diffuso alcuni dati significativi circa l’utilizzo e l’efficacia degli studi di settore nel contrastare l’evasione fiscale in Italia.

Si tratta di dati impietosi che segnano l’arretramento marcato sia del numero e del volume degli adeguamenti in dichiarazione da parte dei contribuenti, sia dell’utilizzo degli studi di settore come metodologia di accertamento da parte dell’Agenzia delle entrate.

Ed è proprio prendendo spunto da tali dati che è possibile fare alcune riflessioni.

 

Le serie storiche. Esaminando i dati (si vedano le tabelle in questa pagina e nella seguente), elaborati partendo dai dati forniti dalla Corte dei conti, appare evidente la tendenza negativa delle risultanze sia sul fronte degli adeguamenti in dichiarazione da parte dei contribuenti soggetti al meccanismo degli studi di settore, sia sul fronte del numero di accertamenti effettuati utilizzando proprio tale metodologia di accertamento.

Sul fronte degli adeguamenti la serie storica mostra un risultato inequivocabile: nell’arco di un quinquennio il numero delle partite Iva che ha scelto di adeguarsi in dichiarazione si è quasi dimezzato, passando dai circa 523 mila soggetti del 2008 ai 334 mila del 2012.

Il fatto che sempre meno contribuenti avvertano la necessità di adeguarsi alle risultanze di Gerico è sintomatico di almeno due circostanze significative. La prima di esse è rappresentata dal fatto che le risultanze degli studi di settore, complice anche la già citata revisione congiunturale, si sono sempre più avvicinate alla realtà sottostante rendendo sempre meno necessario l’ulteriore balzo in avanti in termini di ricavi/compensi per raggiungere l’adeguato livello di compliance fiscale.

La seconda circostanza è rappresentata dal fatto che a fronte di un numero sempre minore di soggetti che si adeguano in dichiarazione c’è, di contro, un numero sempre maggiore di soggetti «naturalmente» congrui. Il che apre lo spazio ad alcuni dubbi fra i quali, in primis, non si può non pensare alla maggior facilità/abilità da parte dei contribuenti nell’aggiustare alcune variabili del calcolo per raggiungere, artificiosamente, tale soglia di relativa tranquillità fiscale.

Anche sul fronte del numero di accertamenti effettuati dal fisco utilizzando gli studi di settore la serie storica dei dati è impietosa e inequivocabile. Dai circa 73 mila accertamenti dell’anno 2008 si è passati a poco meno di 11 mila accertamenti nell’anno 2013.

Se a questa serie storica di accertamenti affiancassimo quella che rappresenta l’utilizzo della metodologia sintetica (c.d. redditometro) otterremo un risultato esattamente opposto. Già a partire dall’anno 2010, infatti, gli accertamenti con determinazione sintetica del reddito delle persone fisiche si sono attestati a quota 30.443 contro i 30.219 accertamenti effettuati nei confronti dei soggetti non congrui agli studi di settore. Un vero e proprio «ribaltone» se si pensa che soltanto nell’anno 2009 il numero di accertamenti da studi di settore superava quota 56 mila rappresentando quasi il doppio degli accertamenti sintetici (28.316).

Tutto qui dunque? Il fisco ha preferito il sintetico agli studi di settore? Troppo semplice.

Il calo nell’utilizzo degli studi in sede di accertamento ha radici molto più profonde. Fra queste una delle principali è rappresentata dalla difficoltà intrinseca dello studio di settore di misurare compiutamente la realtà economica sottostante. In tempi di rapidi e repentini mutamenti degli scenari economici, di globalizzazione, di bolle speculative, di crisi economico-finanziarie, pretendere di utilizzare uno strumento di determinazione del volume dei ricavi e dei compensi soggetto a revisione triennale è pura fantasia. Ciò che poteva costituire una variabile determinante di un qualsiasi settore economico soltanto sei mesi fa, potrebbe essere oggi del tutto ininfluente o drasticamente ridimensionata, rendendo inaffidabili le conseguenti valutazioni e stime.

Il mutamento degli studi di settore. A fronte di questo scenario gli studi di settore non sono rimasti del tutto inermi. Piano piano e in silenzio, hanno cambiato pelle. Si sono, infatti, trasformati da strumento di accertamento vero e proprio in importanti indicatori utili ai fini delle analisi del rischio di evasione e di selezione delle posizioni da sottoporre a verifica. Di questa lenta, ma inesorabile trasformazione avvenuta in silenzio, mentre l’attenzione di tutti era spostata verso il nuovo redditometro, abbiamo dato atto più volte.

Dell’avvenuta mutazione del principale strumento di accertamento dei ricavi e compensi delle piccole imprese e dei lavoratori autonomi se ne ritrova traccia, per la prima volta in documento ufficiale, nel 2011 all’intero della relazione del gruppo di lavoro «Economia sommersa» presieduto dall’allora presidente dell’Istat Enrico Giovannini.

Gli studi di settore, si legge nel suddetto documento «..non vanno solo interpretati, tanto meno utilizzati, come strumento di natura meccanicistica per individuare i soli contribuenti da accertare rispetto all’intera platea, ma anche come un prezioso patrimonio informativo da cui estrarre utili risultanze per supportare l’attività di contrasto sull’enorme platea dei soggetti di minori dimensioni».

Le risultanze degli studi di settore sia in termini di analisi di congruità dei ricavi/compensi dichiarati sia di coerenza degli indicatori economici, consentono dunque di poter effettuare analisi di rischio specifiche e rappresentano, di fatto, un efficace strumento di orientamento ai fini dell’individuazione delle posizioni soggettive da sottoporre a controllo.

 

Gli scenari futuri. Guardando in avanti molto, se non tutto, dipenderà dalla volontà politica e dalla funzione strategica che l’Agenzia delle entrate riterrà di assegnare alle risultanze del software Gerico in termini non tanto di accertamenti veri e propri, ma bensì di selezione delle posizioni. Non ci scordiamo, infatti, che negli ultimi anni la massa di indici e di informazioni fornite dai responsi del software sono a dir poco lievitate. Indici di normalità economica, indici di coerenza, analisi degli scostamenti e così via costituiscono un patrimonio e una fonte di informazioni alle quali difficilmente l’Agenzia delle entrate potrà fare a meno.

La crescita qualitativa del meccanismo che sorregge gli studi di settore, dei calcoli effettuati e delle variabili prese in considerazione è anch’esso sotto gli occhi di tutti.

Si tratta peraltro di informazioni che riguardano le piccole e medie imprese italiane, ossia il tessuto portante della nostra economia.

Anche spingendo a pieno regime il nuovo redditometro il fisco, qualora decidesse di abbandonare gli studi di settore, perderebbe il termometro dei dati aziendali spostando del tutto la sua attenzione sul tenore di vita dei nuclei familiari che rappresenta pur sempre un qualcosa di meno.

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