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Eurozona, in arrivo una ripresa lenta

Ormai si parla apertamente di ripresa. L’ultima è stata la Banca centrale europea, che nel bollettino di agosto pubblicato ieri, continua a prevedere che in Eurolandia ci sarà un graduale aumento dell’attività «nella restante parte dell’anno e nel 2014».
Graduale è la parola chiave. Lenta, si potrebbe anche dire. In ogni caso fragile e, ancora per molto tempo, “senza lavoro”. Trionfalismi, insomma, sono fuori luogo; così come sarebbe sbagliato non riconoscere i deboli segnali positivi che si moltiplicano. A cominciare dagli indici di attività economica (di “fiducia”), che ormai segnalano espansione. Il contributo viene soprattutto dalle esportazioni, e quindi dal manifatturiero (più esattamente dai beni vendibili all’estero, tradable) – in crescita persino in Italia – e dal traino della locomotiva tedesca. La Germania ha non a caso diffuso negli ultimi giorni dati ormai un po’ vecchi, ma tutti positivi: la produzione industriale (+2,4% nel mese di giugno), e soprattutto gli ordini all’industria (+3,8% a giugno), che hanno mostrato una crescita di commesse di beni capitali – le aziende ricominciano dunque a investire – e soprattutto un boom di ordini dagli altri paesi di Eurolandia (+10% il totale, +20% i beni capitali).
Export, industria, e Germania significano che la ripresa di Eurolandia è ancora ai primi passi, limitata ad alcuni settori, non ancora ad ampio spettro. Sarà importante non strozzarla sul nascere. È, del resto, la raccomandazione del Fondo monetario internazionale – pur diviso al suo interno su diagnosi e terapie… – contenuta nel rapporto sulla Germania: un inasprimento dell’austerità tedesca, una mancata accelerazione delle spese pubbliche di Berlino in caso di nuovi shock, ma anche un aumento dell’incertezza in Eurolandia – che pesa tanto – possono far perdere l’occasione di questo timido aumento dell’attività.
La politica monetaria, per fortuna, resta espansiva e lo sarà – la Bce lo ha ripetuto ieri – «per tutto il tempo necessario». Attività economica, inflazione e quantità di moneta restano deboli, e garantiscono quindi un’orientamento ancora molto espansivo. Non è poco. «I rischi che circondano le prospettive economiche di Eurolandia – spiega ancora il bollettino – continuano a essere “verso il basso”. I recenti sviluppi delle condizioni dei mercati monetari e finanziari globali e le relative incertezze hanno la potenzialità di colpire negativamente le condizioni economiche». Un sostegno monetario contro possibili venti contrario monetari e finanziari è allora fondamentale.
Non c’è solo questo, però, a turbare le prospettive. Altri rischi, secondo la Bce, «includono la possibilità di una domanda interna e internazionale più debole del previsto» da una parte, ma anche «una lenta e insufficiente – e, si può aggiungere, sulla base dell’esperienza, una sbagliata – applicazione delle riforme strutturali».
La ripresa non tocca infatti la debolezza strutturale di Eurolandia. «Una persistente frammentazione dei mercati finanziari, i deboli bilanci bancari, una bassa domanda, un’incertezza strisciante, insieme a debolezze strutturali, si rinforzano l’uno con l’altro e contribuiscono alla contrazione dell’attività», ha spiegato nei giorni scorsi l’Fmi a proposito di tutta la regione. Non sono fattori che possano scomparire da un giorno all’altro, così come non sembra destinata a scomparire quell’austerità che «continua a essere un freno alla crescita anche se il ritmo dell’aggiustamento fiscale dovrebbe rallentare a partire dall’anno prossimo», continua il Fondo.
Ripresa o non ripresa, dunque, «l’ambiente macroeconomico continua a deteriorarsi» spiega il rapporto, e richiede ancora grandi cure. Se si pensa che questa è la seconda recessione in cinque anni, si capisce che una crescita del pil, per giunta possibile, non basta più. Sarà piuttosto il lavoro – i nuovi posti, la loro qualità, ma anche la produttività – a fornire allora la prima misura dei progressi e dei successi. Sotto questo punto di vista, il futuro promette per ora – spiega la Bce – «ulteriori perdite di posti e un aumento della disoccupazione. Le cose migliorano, quindi, ma la crisi non è finita.

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