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Eurostat alza le stime sul Pil La spinta di Francoforte per portare liquidità alle imprese

Il 9 marzo scorso, sei mesi fa, la Banca centrale europea iniziava l’acquisto di 60 miliardi di titoli al mese sui mercati, il Quantitative Easing . Mezzo anno dopo, nelle imprese e sui mercati ci si chiede se funzioni, e quanto. Per quel che concerne l’inflazione, il prezzo del petrolio continua a confondere le previsioni. Per quel che riguarda gli investimenti, fondamentali per il rilancio dell’economia, Mario Draghi giovedì scorso ha detto che la dinamica dei prestiti alle imprese (non finanziarie) «continua a migliorare» ma rimane «tenue».
Ieri, Eurostat ha rivisto leggermente al rialzo la crescita su base annua del Prodotto lordo dell’area euro nel secondo trimestre, all’1,5%. Ma sui mercati c’è chi dice che il Qe stia funzionando in modo incerto. Ieri, un lungo articolo del Financial Times sosteneva che, nonostante l’intervento della Bce, le imprese non investono. Qual è, dunque, la situazione? Lo stimolo di Francoforte funziona? Ha effetti sulle economie?
Di base, la liquidità immessa sui mercati dalla Bce era solo in parte finalizzata a favorire gli investimenti delle grandi imprese, che preferiscono finanziarsi sul mercato azionario, soprattutto siedono da tempo su grandi quantità di denaro e non hanno problemi finanziari. L’obiettivo erano più le imprese medie e piccole, soprattutto quelle dei Paesi cosiddetti periferici, ad esempio Italia e Spagna. Tra il giugno 2014 e oggi, la Bce ha tagliato i tassi d’interesse di 20 punti base (lo 0,2%) ma questo ha avuto un impatto di cento punti base sui tassi bancari per le imprese medie e piccole di Italia e Spagna, che hanno potuto finanziarsi a condizioni migliori.
Nella conferenza stampa di giovedì scorso, Draghi ha detto che in luglio i prestiti alle imprese nell’area euro sono aumentati dello 0,9% (dello 0,2% in giugno) «continuando una ripresa graduale sin dall’inizio del 2014». I dati della Bce indicano che i prestiti alle imprese, negativi, cioè in riduzione, dalla prima metà del 2012, sono ora tornati a crescere, in parallelo all’espansione del bilancio della Bce, cioè all’immissione di denaro nell’economia attraverso il Quantitative Easing . Troppo poco e troppo lentamente, probabilmente. Ma ci sono ragioni. Secondo Draghi, queste: i miglioramenti tenui «continuano a riflettere il rapporto con il ciclo economico, il rischio di credito, fattori di fornitura del credito e i continui aggiustamenti dei bilanci dei settori finanziari e non finanziari».
Per quanto timido, il miglioramento indotto dallo stimolo della Bce in Paesi come l’Italia e la Spagna si sta rivelando positivo per l’intera Eurozona, anche per i Paesi più forti, ad esempio la Germania che può almeno in parte sostituire le esportazioni verso in Paesi emergenti in contrazione con i mercati della cosiddetta periferia dell’Europa (ieri la Germania ha annunciato scambi commerciali record in luglio). Sicuramente, i programmi di Quantitative Easing , lanciati in America, Giappone, Gran Bretagna, Eurozona in risposta alla crisi finanziaria, hanno effetti anche distorsivi, da tenere sotto controllo, nell’allocazione delle risorse e nella distribuzione della ricchezza, come i banchieri centrali stessi hanno sottolineato. E sono programmi che è poi delicato concludere, come si vede dal dibattito su quando alzare i tassi d’interesse in corso alla Fed americana. Ma il problema maggiore, oggi, per la Bce è massimizzare l’effetto del Quantitative Easing . E ciò non sembra dipendere dalla banca centrale.
«Allo scopo di raccogliere i pieni benefici delle misure della nostra politica monetaria — ha sostenuto Draghi giovedì scorso — altre aree devono contribuire in modo decisivo». In particolare, la ripresa ciclica in corso «dovrebbe essere sostenuta da politiche strutturali efficaci». Il presidente della Bce cita, come «vitali» per aumentare gli investimenti, la liberalizzazione dei mercati dei prodotti e del lavoro e azioni per migliorare il clima di business, «inclusa un’adeguata infrastruttura pubblica». In sostanza, lo stimolo della Bce funziona per quel che può nelle condizioni strutturali dell’area euro e potrà anche aumentare se ce ne sarà bisogno. Ma se i governi facessero di più, il suo impatto sarebbe più evidente.

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