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Europa, con welfare ed energia in comune risparmi a 180 miliardi

Se i 27 Paesi dell’Unione trasferissero a livello europeo la gestione delle politiche di salute, clima ed energia, assicurazione sociale e difesa, risparmierebbero circa 180 miliardi di euro l’anno rispetto alla somma delle loro rispettive spese attuali, a parità di cose fatte ma ottenendo livelli di efficienza in linea con i migliori fra quelli nazionali.

Lo rivela uno studio commissionato dal Parlamento europeo e realizzato dal Cifrel, il Centro di ricerca interuniversitario sulla finanza locale e regionale, pubblicato in questi giorni. È la prima volta che un’indagine accademica si preoccupa di calare nella realtà il principio di sussidiarietà, secondo cui una politica dev’essere di competenza dell’Ue solo se a parità di servizi ciò può garantire meno sprechi rispetto agli Stati membri. Lo studio fa parte del Progetto Waste Rate, messo a punto da una speciale unità di ricerca dell’Europarlamento, l’EU Added Value, guidata dall’italiano Lauro Panella.

«Abbiamo sviluppato una metodologia neutrale capace di individuare le aree dove una spesa aggregata a livello comunitario produce un valore aggiunto superiore alla somma di quelli nazionali. Ma con lo stesso metodo si può verificare che certe cose è più efficiente ed economico continuare a farle a livello locale», spiega Massimo Bordignon, docente di Scienza delle Finanze alla Cattolica di Milano, che ha curato la ricerca.

Una volta identificati e quantificati gli sprechi presenti nelle spese nazionali, grazie al Data Development Analysis che confronta la capacità dei singoli Stati membri di raggiungere il massimo di output desiderato con il minor input, lo studio applica il metodo ai quattro settori citati.

I risultati sono sorprendenti. In primo luogo, nei livelli degli sprechi che oscillano tra il 9% e il 52% delle spese nazionali. Tuttavia, secondo i ricercatori, questo dato da solo non è sufficiente a sostenere l’argomento di trasferire più competenze e risorse a Bruxelles, per migliorare l’efficienza nella gestione di quelle politiche. Il passaggio successivo è stato infatti quello di calcolare eventuali rendimenti di scala e spill-over, cioè effetti di tracimazione tra i confini.

La conclusione è che solo le aree o sotto-aree caratterizzate da questi due elementi dovrebbero essere assegnate all’Unione europea per essere ottimizzate.

Concretamente, per fare l’esempio della sanità, le cure (la voce più forte dei bilanci per la salute) dovrebbero rimanere di stretta pertinenza degli Stati membri, non rilevando lo studio alcuna efficienza in più derivante da una spesa comune. Al contrario, una gestione europea della prevenzione e soprattutto degli acquisti consentirebbe di sfruttare in pieno i rendimenti di scala e l’effetto spill-over, portando a risparmiare ogni anno rispettivamente 3,5 nella prima e 17 miliardi nei secondi. Pensiamo per esempio alla forza negoziale infinitamente maggiore di quella di un singolo Stato, che l’intera Unione e il suo mercato da 500 milioni di consumatori avrebbero di fronte alle grandi multinazionali farmaceutiche.

Ancora, in tema di politica del clima lo studio calcola che l’ETS, il sistema di scambio di quote di emissioni nocive introdotto nel 2005 e già alla sua terza fase, ha permesso di risparmiare fin qui 42,5 miliardi di euro l’anno. Inoltre, nel quadro del dibattito in corso sulle risorse proprie per finanziare il bilancio comune, la ricerca fa una stima sul gettito potenziale che una vendita all’asta delle quote di emissione avrebbe per l’Unione europea: nel medio-lungo periodo, 50 miliardi di euro l’anno.

Ma secondo i ricercatori del Cifrel i risparmi più grandi verrebbero dalla sicurezza sociale e dalla difesa. Un’assicurazione europea contro la disoccupazione, che non sostituirebbe ma farebbe da complemento agli schemi di protezione nazionale, permetterebbe di risparmiare 64,5 miliardi di euro l’anno. Infine, la Difesa, dove l’inefficienza dovuta alla duplicazione dei progetti militari, alla diversità degli standard e alla mancanza di vera concorrenza producono sprechi che nel campo degli acquisti e della ricerca toccano il 52% della spesa nazionale.

Semplicemente coordinando lo schieramento degli effettivi e centralizzando il sistema degli acquisti, otterremmo gli stessi risultati di ora ma spendendo ben 45 miliardi di euro in meno ogni anno. Certo, poi ci vorrebbero anche un pensiero strategico comune e la voglia di assumersi maggiori responsabilità sulla scena del mondo. Ma questa è un’altra storia.

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