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Europa, lasciaci investire 50 miliardi 

C’è Brexit e Brexit. Se fosse hard , anziché soft , può diventare un problema la nascita dell’Unione dei mercati dei capitali europei. È il cardine delle riforme finanziarie in corso nel Vecchio Continente. La Commissione Ue ha dichiarato il 14 settembre di volerla accelerare entro fine anno. Ma è messa a rischio in caso di «uscita dura» della Gran Bretagna dall’Unione, pensa l’inglese Michael Collins che dal primo ottobre è amministratore delegato di Invest Europe, ex Evca. È l’associazione europea che raduna circa 650 fondi di private equity, venture capital e infrastrutturali.

«La Capital markets union dovrebbe portare più aziende in Borsa, più finanza di private equity e venture capital alle imprese, più circolazione dei capitali — dice Collins —. Dovrebbe ridurre l’affidamento alle banche e gli ostacoli agli investimenti. È questa la visione iniziale dei 28 Paesi che la promuovono, quella nata con Londra. Ma le cose sono cambiate per via della Brexit. La visione resta valida, ma il suo sviluppo va rivisto se ci sarà l’hard Brexit. Con una soft Brexit, con un mercato unico nel quale tuttavia la Gran Bretagna è fuori dall’Ue, sarà più semplice mantenere l’impostazione iniziale».

La scorsa settimana Collins era a Milano per presentarsi agli investitori del Paese, con una tappa all’Università Bocconi per la premiazione di alcune startup. Vive e lavora da dieci anni a Bruxelles, dove Invest Europe ha sede. Prima del 2013, quando entrò nell’allora Evca , è stato direttore degli affari di governo europei in Citigroup. Prima ancora, per quattro anni, consigliere finanziario all’Ue in rappresentanza del Parlamento britannico, dove ha supportato ministri e funzionari del Regno Unito su temi economici e regole, inclusa la direttiva sui fondi d’investimento alternativi ( Aifmd).

Laurea in Storia moderna a Oxford, diploma post-laurea in management, tifa il Manchester United e gioca a calcio. Sta premendo molto sul venture capital, i soldi per sostenere le nuove imprese. Ritiene l’ Italia «interessante». Ma «troppo cari» i costi per quotare le aziende in Borsa, in Europa.

Quanti soldi hanno i fondi europei da investire?

«Circa 50 miliardi di euro pronti in tutta Europa. È un buon momento per il private equity e il venture capital, cinque anni fa non avremmo avuto tanta attenzione positiva dalle autorità europee».

Come giudica l’Italia e il referendum in arrivo?

«L’Italia ha grandi aziende nei beni di lusso, nella manifattura, nell’alimentare. Finché avrà di queste imprese nelle quali investire, i fondi di private equity e venture capital non si preoccupano troppo della situazione politica. Diversamente da altri che investono in titoli di Stato, noi siamo relativamente immuni dalle conseguenze di un referendum o delle elezioni. La priorità per la nostra industria è avere meno barriere possibili nella raccolta, negli investimenti e nell’exit, l’uscita dalle aziende nelle quali si è investito. E accesso a professionisti qualificati».

Ma la raccolta dei fondi sta calando. In Italia nel semestre si è dimezzata.

«È fisiologico. Dopo che si è raccolto tanto, si raccoglie meno. Ma il settore continua a essere in salute, cresce l’appetito per gli investimenti in private equity e venture capital. Con i tassi così bassi gli operatori istituzionali come i fondi pensione cercano alternative e rendimenti. Con noi li hanno».

Come va l’Euveca, il passaporto identificativo per i fondi di venture capital europei, in discussione all’Ue?

«Il Consiglio europeo non è riuscito a trovare un accordo la scorsa settimana, ci sarà un’ulteriore discussione. Spero che il regolamento sia approvato entro primavera. Diventerà più facile raccogliere denaro dagli investitori europei per il venture capital, si semplifica la gestione sui mercati. Puoi parlare con gli investitori in altri Paesi senza doverti registrare presso le autorità regolatorie locali».

Il venture capital sostiene le nuove imprese innovative, ma non decolla. Perché?

«Questi fondi tendono a essere nazionali. Molti sono troppo piccoli per attrarre denaro dagli investitori istituzionali. Sarà perciò fondamentale il fondo di fondi europeo che dovrebbe nascere nel 2017. Un veicolo formidabile per i capitali. Avrà 400 milioni di dotazione dal budget Ue, che investiti nei fondi di venture capital potranno sviluppare un investimento di 1,6 miliardi in tutta Europa. Un modello è il vostro Fondo italiano d’investimento partecipato da Cdp».

Sempre che le aziende si riescano poi a portare in Borsa. In Italia solo il 4% dell’exit dei fondi è passato nel primo semestre dall’Ipo, l’offerta pubblica iniziale.

«È un fenomeno generale, accade in Europa e negli Usa. Dipende dalla volatilità dei mercati, ma anche dai costi delle Ipo: che stanno crescendo, dai prospetti informativi alle spese accessorie. Mentre ci sono meno analisti che seguono le quotate, perché i loro compensi vengono ridotti. Ecco perché è importante l’Unione dei mercati dei capitali, per costruire un mercato maggiore per le matricole di Borsa».

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