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Europa, la battaglia delle emissioni

Ambiente e «green economy», l’Europa è divisa. Non sarebbe in sé una novità se questa volta la posta non fosse assai concreta e non riguardasse da una parte la competitività delle imprese, e dall’altra la scommessa tutta europea sulle prospettive di rilancio economico e tecnologico che l’«economia verde» potrebbe garantire.
Ciò che accade è che a Bruxelles si sta giocando in questi giorni una spigolosa partita sul tetto alle emissioni di CO2 e sulla quota di energia che dovrà essere coperta dalle energie rinnovabili, come il solare e l’eolico. In sostanza si tratta di aggiornare la politica del cosiddetto «20-20-20» (20% di riduzione di emissioni rispetto al 1990, 20% di rinnovabili, 20% di maggior efficienza, il tutto entro il 2020) adottata fino ad oggi con alterno successo. E, soprattutto, ideata prima che la Grande Crisi spiazzasse le aziende europee (e italiane), obbligate a competere sullo scenario internazionale con il fardello dei maggiori costi rappresentati dall’obbligo di «ripulire» dall’anidride carbonica le proprie produzioni, contro competitors di Paesi e aree (asiatiche ma non solo) che questo peso non lo hanno.
Un dilemma, e soprattutto uno scontro di interessi che si è riflesso all’interno della Commissione europea, che negli otto giorni al 22 gennaio dovrà mettere nero su bianco e rendere pubblico un «pacchetto competitività», cioè quattro comunicazioni su energia (Günther Oettinger), industria (Antonio Tajani), cambiamenti climatici (Connie Hedegaard) e «shale gas» (Janez Potocnik) che dovranno contenere un paio di numerini fondamentali. Quali? Proprio la riduzione della CO2 e la quota di energia rinnovabile al 2030. Diversi commissari però (il vicepresidente Tajani, Olli Rehn agli Affari economici, Dacian Ciolos all’agricoltura e Oettinger) si sono schierati contro la proposta che è in maggioranza, e che fissa al 40% il tetto alle emissioni. Livello troppo ambizioso, affermano, e tale da mettere in difficoltà le imprese continentali. Meglio sarebbe, sostengono, fermarsi al 35%, che corrisponde a una quota di rinnovabili del 24% contro invece il 27%. Dice Tajani: «Politica industriale e ambientale devono poter coincidere, e per questo ci vogliono obiettivi equilibrati, che non costringano le aziende a delocalizzare», un fenomeno che in gergo si definisce «carbon leakage». Con il presidente Barroso e gli altri commissari ci sono però i ministri dell’Ambiente e dell’Energia di Stati membri influenti come Germania, Francia, Regno Unito e Italia, che in almeno due occasioni hanno inviato una lettera a Bruxelles. L’ultima volta la settimana scorsa (con Olanda e Spagna). Hanno scritto: «Un obiettivo ambizioso di riduzione dei gas serra di almeno il 40% sarà fondamentale per sbloccare decine di miliardi di investimenti di cui abbiamo urgentemente bisogno».
Chi ha ragione? Le imprese tremano, soprattutto quelle «energivore», e probabilmente confidano che un punto di ricaduta — una sorta di «linea del Piave» del negoziato — possa essere quella di cedere sulla quota del 40%, ma almeno di non toccare le norme già previste nel «20-20-20» che tutelano i settori industriali più esposti alle emissioni di gas serra e ai relativi costi. Si vedrà.
Curioso però che in questa gara gli italiani vadano ognuno per la loro strada: il vicepresidente della Commissione Ue contrapposto al ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando, con il ministro per lo Sviluppo, Flavio Zanonato, che sarebbe scettico sull’accoppiata tetto al 40%-obbligo di quota nelle rinnovabili al 30%. Difficile, quindi, sapere con precisione qual è la posizione del governo italiano. Commenta l’economista Stefano da Empoli: «Perché sottoscrivere vincoli che in assenza di significative correzioni di rotta non saremo in grado di raggiungere? Bene essere ambiziosi sulla scena internazionale, ma si rischia, come tante volte in passato, che per farsi belli un giorno si ipotec a il futuro degli italiani di domani».
Anche sul fronte europeo, peraltro, le posizioni non sembrano essere così compatte. Ognuno cerca di imporre il proprio interesse: il Regno Unito non vorrebbe obblighi sulle rinnovabili ma solo sulla CO2 perché Cameron si è orientato sull’energia nucleare e sullo shale gas, mentre alla City fa gola il business del trading sui diritti alle emissioni. La Germania il contrario: meno obblighi sulla CO2 perché ha deciso di uscire dal nucleare, ha un’industria automobilistica potente e ha puntato tutto sulle rinnovabili. In mezzo l’Italia, che rischia come spesso le è accaduto di prendere il peggio di entrambe le posizioni.
Stefano Agnoli

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