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Europa in marcia verso il Pil pre-crisi

di Fabrizio Galimberti

Quo vadis? È la domanda che tanti formulano all'economia mondiale in questa delicata fase dell'uscita dalla più grossa recessione del dopoguerra. Ma per sapere dove andare bisogna dapprima sapere dove si è, e la prima cosa da fare è allora il punto della situazione: in che fase siamo della ripresa? In una fase di rimbalzo dagli abissi del ciclo, quando ancora sono possibili ricadute? Oppure la risalita ha messo radici e, lenta o rapida che sia, non rischia più di rotolare di nuovo a valle, come il masso di Sisifo? A questa domanda cercheremo di dare una risposta nell'articolo a fianco. Qui limitiamoci al compito, umile ma essenziale, di "fare il punto": confrontare la situazione presente con quella del periodo pre-crisi, valutare quanto cammino è stato fatto e quanto resta ancora da fare.

Il "quanto resta ancora da fare" è passibile di due risposte: quanto resta ancora da fare per riguadagnare il punto di partenza, tornare cioè ai livelli pre-crisi; e quanto resta ancora da fare per riguadagnare il terreno perduto. Questa seconda prospettiva è molto differente dalla prima, perché il "terreno perduto" è quello che si sarebbe percorso in assenza della crisi. Se, per esempio, all'inizio della Grande recessione si era a quota 100 e ora siamo a quota 95, mancano cinque punti di crescita per tornare al livello iniziale; ma ne mancano molti di più se ipotizziamo, come è ragionevole, che in assenza di recessione avremmo continuato a crescere, e oggi avremmo potuto essere, mettiamo, a quota 105.

Nella tavola abbiamo messo a confronto, per un gruppo di paesi, cinque indicatori. Il confronto va dal massimo pre-crisi all'ultimo dato disponibile. Il massimo prima della Grande recessione varia per ogni paese e per ogni indicatore, ma generalmente si situa dalla seconda metà del 2007 alla seconda metà del 2008. Gli indicatori sono il Pil, i consumi delle famiglie, gli investimenti fissi lordi, la produzione industriale e il tasso di disoccupazione (per il quale il "massimo pre-crisi" è ovviamente il minimo pre-crisi). Per quel che riguarda i paesi ci siamo limitati ai grandi paesi industrializzati (Usa, Giappone, Eurozona – con i quattro maggiori paesi dell'area euro, Germania, Francia, Italia, Spagna – e Regno Unito), dato che per il resto del mondo non c'è stata una Grande recessione. Un economista marziano che guardasse alle cifre della crescita in Asia, Africa o America Latina faticherebbe a vedere negli anni recenti il grosso inciampo che hanno sofferto i paesi ricchi.

Allora, a che punto siamo? Rinunciamo a calcolare il "terreno perduto" e limitiamoci al ritorno al punto di partenza. Per la misura principe dell'attività economica – il Pil – il ritorno al punto di partenza è stato realizzato solo dagli Stati Uniti (per tutti i paesi i dati sono aggiornati al quarto trimestre del 2010). Per le altre aree, dal Giappone all'Eurozona e al Regno Unito le distanze sono ancora nette, dal -2.8% dell'area euro al -4.6% del Regno Unito passando per il -4.1% del Giappone. Peggio di tutti, come si vede, ha fatto l'Italia, che deve ancora recuperare più di 5 punti di Pil, mentre, alle spalle degli Usa, troviamo sul podio (si fa per dire) Germania e Francia, con, rispettivamente, un -1.4 e -1.5 per cento.

Le misure prese da tutti i governi per fronteggiare la crisi si sono concentrate nel sostegno alla domanda e nei bassi tassi di interesse. Non c'è da stupirsi, quindi, se le cose per i consumi delle famiglie non sono andate così male come per il Pil. Sia Stati Uniti che Francia registrano un livello di consumi superiore al massimo pre-crisi, la Germania ne è solo minimamente al di sotto, mentre la peggiore performance è quella della Spagna, con un distacco di 5.4 punti percentuali, perfino superiore al quello del Pil.

Gli investimenti costituiscono la componente della domanda ove nessun paese ha riguadagnato i livelli precedenti. Nei cicli economici – anche in quelli normali, per non parlare del ciclo anomalo della Grande recessione – gli investimenti rappresentano da sempre la componente più volatile. E nel caso di queste spese in conto capitale i bassi tassi di interesse non servono a molto, dato che il primum movens di questi esborsi sta nelle prospettive della domanda, non nel basso costo del danaro. Ebbene, le distanze fra il livello di fine 2010 e il livello degli investimenti fissi lordi prima della crisi variano dal -10% della Francia a quasi il -30% della Spagna.

Dal lato dei settori produttivi, i servizi sono una componente più stabile rispetto ai prodotti industriali. Questi ultimi hanno sofferto in misura maggiore dalla recessione e anche dalla contrazione degli scambi internazionali (nei quali, a differenza di quel che succede all'interno di ogni paese, è preponderante la quota delle merci rispetto a quella dei servizi). Troviamo quindi, per gli indici della produzione industriale, che in nessun paese, neanche negli Usa, è stato di nuovo raggiunto il livello pre-crisi. Le distanze variano dal -5.6% degli Stati Uniti (con la Germania al secondo posto, -7.2%) al -21% della Spagna (l'Italia è penultima, con un -19%).

Lo scopo ultimo dell'attività economica non è tanto quello di produrre quanto di creare posti di lavoro, atteso che il lavoro è un fatto di dignità e di benessere prima ancora che di bieca produzione. Ed è importante allora andare a vedere quanto sia variata la capacità delle economie di creare lavoro per quanti siano disposti a lavorare. Il tasso di disoccupazione, ci aspetteremmo, deve essere peggiorato di molto in questi anni così duri. E in effetti così è stato, con una grossa eccezione: la Germania. Nel paese che è il cuore e motore dell'economia europea il tasso di disoccupazione è perfino sceso rispetto a prima, e non di poco: è passato da 8.9% (della forza-lavoro) al 7.4. Altrove la disoccupazione è aumentata: di poco, come nel caso del Giappone (+1.4 punti) o di molto, come nel caso della Spagna (+12.3 punti!).
 

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