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«Europa ferita, più unità contro il terrorismo»

Il tono era pacato ma la sostanza del discorso è stata drammatica. Perché Sergio Mattarella al Parlamento europeo ha detto che l’Europa «ferita» dal terrorismo rischia una ferita ancora più grave: la fine di un ideale di unità, di solidarietà e il ripiegarsi in antiche divisioni e nazionalismi. In poche parole rischia il fallimento. Non è stato così diretto il capo dello Stato ma ha messo tutti di fronte al paradosso di oggi che è quello di un’Unione che, dopo un attacco, invece di stringere i bulloni dell’integrazione va in ordine sparso.
Di questo Mattarella ha discusso con il presidente della Commissione Ue Juncker al termine del suo intervento. Preoccupano tutti i riflessi successivi ai drammatici attentati di Parigi, preoccupa che si sia tornati a parlare di frontiere chiuse, che l’asse franco-tedesco si sia sgretolato, che la Gran Bretagna voglia tornare a una logica nazionalista sulla sicurezza – senza contare che tra poco avrà anche un referendum sull’Ue – preoccupa l’ostilità dei Paesi dell’Est contro i migranti proprio loro che sfidavano i confini ai tempi della guerra fredda. Glielo ricorda Sergio Mattarella scorrendo un po’ la storia di quegli anni e arriva fino agli ebrei in fuga dal nazismo per paragonare i profughi di oggi scappati dalle guerre e dell’Isis.
Insomma, un messaggio politico molto netto che parla di un’Europa che non sa trovare la forza dell’integrazione, che non capisce come «nessun Paese possa farcela da solo» in nessun campo, da quello della sicurezza, dei servizi, della Difesa, dell’economia. «L’Europa è ferita: Bruxelles, Copenaghen, Londra, Madrid, Parigi, sono altrettante lacerazioni, dolorose e incancellabili, sul corpo della nostra Unione». I consensi sono bipartisan, dal Pse e dal Ppe con cui Mattarella – vista la sua storia di ex Dc – conserva buoni rapporti e un dialogo aperto. È arrivato in Parlamento con il presidente Schulz, accompagnato dal ministro degli Esteri Gentiloni e dal sottosegretario Gozi. «Il mondo ha bisogno di un’Europa unita. Di un’Europa che sappia anche completare il suo disegno organico, e penso all’area dei Balcani occidentali», ha detto ripetendo un suo pallino. Ma soprattutto ha indicato un ruolo per l’Europa nell’essere punto di riferimento e mediazione in un’alleanza anti-Isis che ancora oggi si muove con troppa ambiguità come dimostrano i fatti del jet russo abbattuto dalla Turchia. «L’Unione può favorire le necessarie convergenze internazionali per la Siria, per l’Iraq, per la Libia, cercando scelte condivise che contrastino con efficacia le forze del terrore. I tragici fatti di martedì ne confermano l’urgenza».
E dunque all’Europa viene oggi chiesto un «di più di responsabilità, un di più di coesione», ripete il capo dello Stato non trascurando gli aspetti economici come il rafforzamento dell’unione economica e monetaria sulla base del rapporto dei 5 presidenti Ue. «Si deve uscire dalla logica emergenziale e avere una visione di lungo periodo, che consenta all’Ue di elaborare politiche in grado di stimolare crescita». Uno sviluppo che vuol dire anche coesione sociale e consenso politico sul progetto europeo oggi scosso non solo dal terrorismo ma da due fenomeni che si saldano: fondamentalismo e immigrazione. Su quest’ultimo punto Mattarella è stato più chiaro di sempre: gli accordi di Dublino sono superati, «fotografano un passato che non c’è più». E qui arriva al paragone tra migranti ed ebrei.
«Solo chi non vuol vedere può fingere di non sapere da dove viene la dolorosa carovana di persone che risale l’Africa e il Medio-Oriente verso l’Europa. Ripetono la tragedia degli ebrei in fuga dal nazismo; delle centinaia di migliaia di prigionieri di guerra che vagavano in Europa, all’indomani della Seconda guerra mondiale». E ricorda anche ai Paesi dell’Est che oggi innalzano i muri e il filo spinato che i migranti di oggi sono «gli eredi di coloro che, a rischio della vita, valicavano il Muro di Berlino; dei cittadini che, sfidando i campi minati, cercavano di transitare dall’Ungheria in Austria». Chiude con una frase di uno dei padri fondatori dell’Europa, Jean Monnet: «Non possiamo fermarci quando il mondo intero è in movimento».

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