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Europa e Usa a caccia di tesori off-shore

Europa e Usa aprono la caccia agli zombie fiscali e ai duemila miliardi di profitti (quasi esentasse) parcheggiati dalle grandi multinazionali — del tutto legalmente, sostengono loro — nei paradisi offshore. Il gioco a guardie e ladri tra Washington e Ue da una parte e i furbetti dell’erario dall’altra dura ormai da un lustro: i giganti del web e della farmaceutica hanno imparato («grazie a un caravanserraglio di legali, contabili e similguru finanziari», dice ironico il premier ingelse David Cameron) a far rimbalzare i loro utili tra Irlanda, Amsterdam, Singapore e Bermuda riducendo l’imposizione sui redditi a livelli da prefisso telefonico. La Casa Bianca e Bruxelles inseguono. Quasi sempre in ritardo. Provando — per ora senza troppo successo — a tappare i buchi delle normative fiscali mondiali per costringere Apple, Google & C. a mettere mano al portafoglio e onorare fino in fondo il loro dovere di contribuenti.

La guerra è senza esclusione di colpi. E si gioca in punto di diritto a carte scoperte. I giganti di internet hanno concentrato in singoli paradisi offshore buona parte dei loro ricavi internazionali. Apple — grazie a queste acrobazie contabili — paga un’aliquota dell’1,9% sui suoi guadagni esteri. Dell ha un tax rate dello 0,1% sulla sua liquidità parcheggiata a Singapore. Google ha pagato in gran Bretagna in cinque anni 16 milioni di tasse pur avendo fatturato nell’isola 18 miliardi.
Chi produce beni più “mate- riali” di software e algoritmi si arrangia altrimenti: qualche settimana Pfizer, colosso della salute a stelle e strisce, ha lanciato senza successo un’Opa da 70 miliardi sull’inglese AstraZeneca solo per riuscire a spostare un po’ dei suoi profitti in Gran Bretagna dove il regime fiscale è più favorevole. Medtronic (Usa) ha rilevato ieri per 42 miliardi l’irlandese Covidien per traslocare a Dublino 14 miliardi della sua liquidità e pagare meno tasse. Funziona? Sì. Google ha ridotto dal 21% al 15% l’aliquota sui suoi profitti dal 2011. Lo stesso è successo ad Apple. «Non è evasione fiscale, è il capitalismo — ripete spesso Eric Schmidt, numero uno del motore di ricerca — . E noi siamo orgogliosamente capitalisti». Peccato che i loro risparmi si traducano in un calo di entrate per gli stati dove realizzano gli utili. Il motivo per cui Usa ed Europa sono scesi ora sul piede di guerra. Il Senato statunitense sta studiando una legge per rendere molto più complesso lo spostamento all’estero della sede fiscale. E vuole imporre alle aziende a stelle e strisce di rimpatriare i 1.905 miliardi di dollari (dato Bloomberg ) che hanno congelato oltrefrontiera. Queste ultime hanno assunto 160 lobbisti a tempo pieno a far pressione su Capitol Hill, dichiarandosi pronte a pagare un’aliquota massima del 5,7%.
L’Europa, finora, è stata più timida. Anche perché alcuni paesi dell’Unione, Lussemburgo, Olanda e Irlanda in testa, sono tra gli artefici delle triangolazioni dei furbetti del fisco. L’avvio dell’indagine su Fiat, Apple e Starbucks dell’ultima settimana è però un primo salto di qualità per provare a rimettere ordine in un sistema erariale snaturato dalla globalizzazione del business e dalla smaterializzazione delle transazioni garantita da internet.
I ladri (o presunti tali) rischiano insomma di sfuggire un’altra volta alle guardie: «La partita è più difficile di quella contro i singoli evasori – ammette Angel Gurria, numero uno dell’Ocse, incaricato di riscrivere le norme per evitare queste distorsioni –. Le aziende hanno grandi mezzi. Morto un paradiso fiscale, ne trovano un altro. A volte nemmeno troppo lontano da noi». Carta canta: nel 2013, malgrado il primo giro di vite della Casa Bianca, le aziende statunitensi hanno spostato all’estero altri 206 miliardi di dollari per pagare meno tasse. E la caccia al tesoro, con un tesoro che continua a spostarsi, rischia seriamente di finire in un nulla di fatto.
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