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Europa divisa, Tobin tax verso il rinvio

A qualche mese dalla decisione di 11 paesi di perseguire la cooperazione rafforzata pur di introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie, le trattative tra i governi si confermano difficili e accidentate. Una nuova riunione tecnica è prevista per il 2 luglio. La Commissione aveva immaginato che l’entrata in vigore dell’imposta potesse avvenire il 1 gennaio 2014. Ma da più parti emerge la possibilità di un rinvio, ammesso che i Paesi trovino un accordo.
Chi partecipa agli incontri tecnici ammette volentieri che la proposta dell’esecutivo comunitario è controversa. La Commissione ha proposto due aliquote: dello 0,1% sulle azioni e sulle obbligazioni, e dello 0,01% sui derivati. L’obiettivo è di raccogliere un gettito di 35 miliardi di euro. In teoria, l’idea piace. Politicamente perché permetterebbe di chiedere anche alle banche di pagare per i costi della crisi, economicamente perché molti bilanci nazionali sono in crisi.
Tuttavia, la proposta presentata dal commissario al Fisco Algirdas Semeta preoccupa alcuni governi (si veda «Il Sole 24 Ore» del 24 aprile). Alcuni, come l’Italia, non vogliono che l’imposta si applichi anche alle obbligazioni pubbliche, per paura di allontanare gli investitori. Altri non vogliono che le operazioni pronti contro termine siano soggette alla tassa. La stessa Banca centrale europea si è espressa contro questa possibilità, tanto che Semeta ne ha parlato direttamente con il presidente Mario Draghi.
«È previsto che l’istituto monetario partecipi alle discussioni e contribuisca eventuali soluzioni», spiega un esponente comunitario. Il rischio di un rinvio dell’entrata in vigore è nell’ordine delle cose. La Commissione ha aggiornato nei giorni scorsi il sito del commissario Semeta, prevedendo l’entrata in vigore della tassa «intorno alla metà del 2014» purché «ci sia accordo prima della fine del 2013 e ci sia una sua rapida adozione nelle legislazioni nazionali dei paesi partecipanti».
Ieri sera, l’esecutivo comunitario precisava che la presa di posizione non è politica, ma semplicemente la constatazione di trattative più lunghe del previsto. A fine maggio un esponente socialdemocratico tedesco, il ministro delle Finanze del Baden-Württemberg Nils Schmid, si interrogava sui rischi di pesare troppo sui bilanci bancari. E lo stesso portavoce del ministero federale delle Finanze, Martin Kotthaus, aveva espresso dubbi sull’entrata in vigore della tassa già nel 2014.
Alcuni diplomatici nazionali affermano che anche in questo le elezioni tedesche influenzano il negoziato. Il cancelliere democristiano Angela Merkel aveva deciso di optare per una Tobin Tax pur di avere l’accordo del partito socialdemocratico nei voti parlamentari di approvazione degli aiuti ai paesi in difficoltà. In piena campagna elettorale, il confronto tra Cdu-Csu e Spd è accesissimo e tutto è più complicato. A Bruxelles si spera di sbloccare la questione in ottobre, dopo il voto di settembre.
I Paesi sono stretti tra obiettivi non facilmente compatibili. Vogliono certamente chiedere agli istituti di credito di contribuire ai costi della crisi, ma non vogliono mettere a repentaglio le contrattazioni di alcuni strumenti finanziari chiave, come le obbligazioni pubbliche. «Due sono le opzioni in questo frangente», spiegano da Bruxelles. «Escludere le attività finanziarie più delicate o ridurre le aliquote. Forse il compromesso potrà essere trovato seguendo ambedue le strade».

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