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In Europa crediti deteriorati pari al 6,7% del Pil

Ventotto Paesi europei con ventotto strategie diverse sul tema dei crediti deteriorati. È una vera Babele, quella degli crediti ammalorati in Europa. Un melting-pot di condizioni più o meno problematiche, rese tali dalla lunga crisi finanziaria e dalla conseguente recessione economica. Il tema oggi sembra essere diventato di stretta attualità, tanto che anche l’Ecofin ha preso atto della necessità di adottare un approccio globale e di sviluppare entro fine anno un ‘blueprint’. Obiettivo: la potenziale creazione di società nazionali per la gestione degli asset, ovvero le cosiddette bad bank. La mossa appare un po’ in ritardo rispetto ai bisogni reali dei singoli sistemi bancari, che da anni combattono per alleggerirsi del fardello e in molti casi hanno già fatto diversi passi avanti. Ma tant’è. Va detto che tutti in Europa concordano sul fatto che la magnitudo del fenomeno sia di rilievo. Secondo i dati Eba contenuti nel report sugli Npl del Financial Services Committee, a fine 2016 gli Npl lordi ammontavano a circa mille miliardi, 990,4 miliardi per l’esattezza. Di fatto, si tratta di qualcosa come il 6,7% del Pil del Vecchio Continente, che si traduce in 548 milioni ovvero al netto degli accantonamenti.
Se il varo delle bad bank nazionali appare agli occhi di molti osservatori forse poco tempestivo, è anche perchè non tutti i paesi Ue avvertono la gravità della questione nella stessa maniera. Basta guardare ai dati, per accorgersi che la mappa degli Npl a livello europeo è a macchia di leopardo. Lo è ad esempio in termini di velocità di smaltimento. Lo stock di Npl è sceso in due anni del 6% in Italia, in Spagna del 35%, in Irlanda del 42%. Ma attenzione: il divario non si avverte solo in termini di lentezza, come spiega il Comitato europeo per il rischio sistemico (Esrb), ma anche sotto il profilo dell’ammontare in termini assoluti.
Gli Npl pesano in maniera diversa nei diversi paesi dell’Ue. Alcuni Stati membri, ad esempio, non sono neppure sfiorati dal dibattito sulle sofferenze. La Svezia e il Lussemburgo registrano un’incidenza degli Npl sul totale dei crediti inferiore all’1%. Dalla parte opposta ci sono invece i paesi che hanno risentito più pesantemente della crisi economica: Cipro e la Grecia, per dire, oggi fanno i conti con Npl ratio vicini al 45%, contro una media europea pari al 5%. Di fatto, ogni 100 euro prestati dalle banche a imprese e famiglie, 45 si sono trasformati in crediti malati. Il problema degli Npl è concentrato in particolare in una decina di Paesi membri, ognuno dei quali ha un Npl ratio superiore al 10 per cento. Tra queste nazioni spicca l’Italia, dove l’Npl ratio a fine 2016 era pari al 15,3%. Il nostro paese, la terza economia europea, si porta dietro il grosso degli Npl europei, ovvero circa 200 miliardi di sofferenze lorde, che scendono a 76 miliardi in termini netti. Abbastanza da spingere le Bce a mettere le nostre banche sono monitoraggio stretto, costringendole a inviare un cronoprogramma relativo ai prossimi anni in cui dettagliano come gestiranno la montagna di Npl. Su questo fronte tuttavia, il nostro sistema bancario sembra aver registrato una scossa. Non appena verranno contabilizzate, le due maxi-operazioni di cessione di Npl delle due banche venete e di Mps (che insieme valgono circa circa 50 miliardi di Npl), faranno abbattere il nostro stock. Con relativo beneficio sul confronto europeo.

Luca Davi

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