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Eurolandia gioca la sfida decisiva

Eurolandia avrebbe bisogno, si dice, di un piano di lungo periodo. Un progetto serio che orienti le aspettative e riduca le incertezze. Come quello che ha portato, con un processo lunghissimo (dall’88 al 2002), alla nascita di Eurolandia. Mario Draghi, presidente della Bce – un organismo per il quale “orientare le aspettative” è compito prezioso – ha avuto il merito di esprimere questa esigenza in modo chiarissimo. Tocca ai governi, alla politica ridurre le incertezze e a questo sono chiamati i capi di Stato e di governo che si riuniranno giovedì 28 e venerdì 29 a Bruxelles: l’ultima chiamata prima dell’estate, seguita solo dagli incontri del 9 e 10 luglio dei ministri delle Finanze.
Ce la faranno? I dubbi sono tanti, soprattutto rispetto a quanto sarebbe necessario fare. «Ci sono tre possibili esiti – spiega David Mackie di Jp Morgan –. Il primo è un’iniziativa limitata con solo un “patto sulla crescita” che completi il fiscal compact; il secondo è un patto sulla crescita e un fondo per il rimborso dei debiti; e il terzo una road map verso un’Unione bancaria e fiscale». Il primo sarebbe giudicato totalmente insufficiente, il secondo un sistema per guadagnar tempo, e il terzo un punto di svolta, non ancora sufficiente, ma in grado di modificare l’atteggiamento degli investitori. Non sembra però che le divergenze tra i governi permettano molto di più di qualche dichiarazione di principio (non necessariamente “vuota”). «Ci aspettiamo che si raggiunga un accordo su un patto per la crescita – spiegano Jürgen Michels e Guillaume Menuet di Citigroup – e anche un’intesa per andare avanti nel formare un’Unione bancaria, ma su questo punto non pensiamo che ci saranno dettagli». Non si può escludere, aggiungono, un impegno verso una maggiore integrazione politica e fiscale, ma senza una vera road map.
I nodi sono sempre quelli. È ancora vivo il contrasto tra la Germania, che vuole procedere a piccoli passi, mantenendo l’equilibrio tra le reciproche concessioni, e la relativa fretta della Francia di François Hollande, che punta a ottenere passi avanti sul tema del finanziamento “comune” dei debiti pubblici, assumendo così un ruolo guida per i Paesi periferici. Il ministro degli Affari europei di Parigi, Bernard Cazeneuve, ha però invitato a non drammatizzare troppo le divergenze con Berlino, ed effettivamente le posizioni tra i due grandi sulla ricapitalizzazione della Bei – il famoso piano “da 120 (o 130) miliardi” – che dovrebbe emettere i project bond sono più vicine di quanto appaiano; mentre sembra esserci già un’intesa preliminare sulla tassa per le transazioni finanziarie (osteggiata però dalla Gran Bretagna). Non è del tutto esclusa, quindi, qualche sorpresa su questi temi.
Sono strumenti che però difficilmente potranno segnare la svolta, e i mercati lo sanno. Nella migliore, e forse irrealistica, delle ipotesi – quella di un forte coinvolgimento dei privati – la Bei potrebbe mobilizzare il 2% del Pil di Eurolandia per investimenti che, per loro natura, incrementeranno la crescita potenziale dell’area solo nel medio periodo.
Sugli altri temi le distanze sono anche maggiori. Sull’Unione bancaria, una delle proposte più “calde”, la Francia e i Paesi periferici tra cui l’Italia puntano a ottenere presto risorse finanziarie europee – attraverso il fondo salva-Stati – per ricapitalizzare le aziende di credito, mentre la Germania vuole, prima, un’armonizzazione delle regole sulla vigilanza, da centralizzare. La Gran Bretagna osserva con attenzione, nel tentativo di ottenere un accordo davvero condiviso da tutti, mentre Olanda e Finlandia sembrano scettiche. «Sarà un altro summit deludente», concludono allora Michels e Menuet; e sui mercati, aggiungono gli analisti di BankofAmerica Merrill Lynch, ci sarà «una breve corsa e una lunga incertezza». Proprio quello che bisognerebbe evitare.

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