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Eurolandia con il fiato sospeso per l’Italia nelle Borse lo spettro di Moody’s

BERLINO — Dalla Germania agli Usa, dal Regno Unito alla Francia i grandi media esprimono costernazione e allarme per la paralisi politica italiana, e riflettendo i timori dei governi sottolineano il pericolo di rischiose reazioni dei mercati. Che riaprono oggi dopo la pausa pasquale con, sullo sfondo, la preoccupazione per l’ipotesi di un declassamento del rating del nostro Paese da parte di Moody’s. E non c’è più solo la crisi italiana a minacciare l’eurozona ridando fiato all’allarme contagio: ai nostri confini orientali la Slovenia, ex Paese-modello, ha liquidità solo fino a fine estate, mentre volo del deficit oltre il tetto del 3%, bolla immobiliare, recessione e aumento della disoccupazione colpiscono per la prima volta l’Olanda, un Paese del nucleo duro dei falchi dell’euro guidato dalla Germania.
A Berlino l’inquietudine cresce di ora in ora. «Paura per il terremoto in Italia», titola Bild parlando di «ore difficili che potrebbero diventare ancor più difficili nel Paese della crisi». E Spiegel online lancia accuse durissime ai Palazzi romani: la scelta del presidente Napolitano, di affidarsi ai Saggi, «è prima di tutto una dichiarazione di bancarotta dell’intera classe politica, casta che sa solo bloccarsi a vicenda. La capacità di compromesso, centrale per ogni democrazia, i politici italiani l’hanno disimparata». Ma da Londra a Washington, l’allarme non è minore. «Al momento è chiaro solo che la paralisi politica in Italia continua», commenta la Bbc.
E secondo il Wall Street Journal, quello di Napolitano è «un inabituale stratagemma per guadagnare tempo e risolvere le profondi divisioni politiche», mentre nuove elezioni appaiono sempre più inevitabili.
E purtroppo non c’è più solo il caso Italia a minacciare l’euro. L’Olanda fortino dei falchi più duri della Bundesbank, precipita in una crisi sistemica. La bolla immobiliare ha silurato il sistema bancario, tanto da costringere il governo (coalizione tra i liberalconservatori del premier Mark Rutte e i socialdemocratici) a nazionalizzare la SNS-Bank, quarto istituto del Paese. L’indebitamento dei singoli cittadini è ormai al 250% del loro reddito, il Pil va verso un secondo anno di recessione, il disavanzo sfora i tetti del Patto di stabilità, il debito pubblico è cresciuto dal 58 al 71% del Pil in soli 4 anni. La disoccupazione, nel ricco regno che per anni vantava un quasi-pieno impiego, è salita dal 5,9 al 7,7% in un solo anno. La manovra annunciata di 46 miliardi non basterà, mentre solo a febbraio sono fallite ben 755 aziende, un record storico.
Nel centro-est intanto la Slovenia ha i mesi contati. «Non siamo la seconda Cipro, non c’è fretta», si è sentito in dovere di dire il ministro delle Finanze del nuovo governo di centrosinistra, Uros Cufer. Ma secondo il Fondo monetario internazionale il governo della nuova, popolare premier Alenka Bratusek, Lubiana dovrà raccogliere almeno 3 miliardi di euro entro fine anno. L’esecutivo vuole creare entro settembre una bad bank per farvi confluire i 7 miliardi di sofferenze, e prepara ampie privatizzazioni in diversi settori.

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