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Eurobond, lite Hollande-Merkel «La Grecia rispetti gli impegni»

BRUXELLES — Il vertice informale dei 27 capi di Stato e di governo non ha preso decisioni formali. Ma ha fatto emergere una Europa diversa. Non è più quella che finora aveva affrontato la crisi pilotata dall’asse franco-tedesco e, sostanzialmente, dalla cancelliera di centrodestra Angela Merkel. L’arrivo del neopresidente francese, il socialista François Hollande, ha aperto una contrapposizione tra Parigi e Berlino con visioni diverse sulle politiche anticrisi e, in particolare, sull’emissione di eurobond per condividere il debito dei Paesi membri in difficoltà e per rilanciare la crescita.
Un accordo è spuntato sulla Grecia, che per il presidente del Consiglio Ue Herman Van Rompuy «deve restare nell’euro e mantenere gli impegni». Hollande ha smentito la preparazione di piani nazionali per l’uscita di Atene dall’Eurozona. Le indiscrezioni sulla Bce e gli Stati membri impegnati a prepararsi per il ritorno alla dracma sono apparse soprattutto forme di pressione per convincere i greci a rispettare gli accordi con l’Ue.
Hollande e la Merkel hanno lanciato altre aperture al compromesso nell’interesse comune dell’Ue a stimolare lo sviluppo e l’occupazione, a stabilizzare l’euro, a salvare anche la Spagna e il sistema bancario europeo. Ma il primo secco botta e risposta franco-tedesco c’è stato già all’ingresso della cena a Bruxelles. «Gli eurobond fanno parte della discussione — ha dichiarato Hollande —. E’ opportuno agire subito per la crescita. Senza crescita non raggiungeremo gli obiettivi di riduzione dei deficit e creeremo dubbi sui mercati». La Merkel gli ha replicato ribadendo l’opposizione netta agli eurobond perché «non contribuiscono a rilanciare la crescita» e le risultano in contrasto con il «divieto» della normativa Ue alle emissioni comuni di debito.
Hollande ha rassicurato Berlino che la Francia intende «rispettare la tabella di marcia sulla riduzione del deficit» e utilizzare il summit non per scontrarsi, ma per «dirci gli uni agli altri cosa pensiamo». La Merkel ha risposto con proposte di compromesso sul Patto per la crescita promosso dalla presidenza danese di turno, gradite a Parigi. La cancelliera ha approvato un «impegno più forte nella Banca europea degli investimenti» per aumentare il capitale e i prestiti ai settori produttivi, «miglioramento della mobilità sul mercato del lavoro perché in alcuni Paesi cercano lavoratori qualificati e in altri c’è una disoccupazione elevata», cooperazione più stretta sui «diversi progetti di riforma dei sistemi sociali». La Merkel ha però rinviato gli accordi al summit di fine giugno per concordare il quadro complessivo del cosiddetto «growth compact» mediato dalla premier socialdemocratica danese Helle Thorning-Schmidt.
Il premier Mario Monti si è schierato con Hollande per gli eurobond, che avrebbero ottenuto una «maggioranza» di Paesi membri favorevoli nonostante l’opposizione della Merkel. Monti appoggia anche la linea del rilancio della crescita, che è indispensabile per il risanamento dei conti pubblici italiani in arretramento. La proposta di Monti sulla golden rule, che escluderebbe gli investimenti produttivi dal calcolo del deficit, non piace a Berlino. Olanda e Finlandia appoggiano la Merkel. A ingrossare il fronte di Hollande, che vorrebbe anche estendere il mandato della Bce, contribuiscono l’emergenza Grecia e l’appello del premier spagnolo Mariano Rajoy sui troppo alti costi di rifinanziamento del debito spagnolo (ingrossato dai salvataggi delle banche iberiche in difficoltà). Il punto debole della cancelliera l’ha messo in evidenza al summit il suo connazionale presidente dell’Europarlamento, il socialdemocratico Martin Schulz, ricordando che «la Germania ha appena piazzato titoli a tasso 0,01%, mentre altri Paesi membri devono pagare il 6%, questo va bene per la Germania, ma non per la zona euro, dove non avranno più i mezzi per comprare merci tedesche…». Anche il fallimento di Atene e di banche spagnole avrebbe conseguenze pesanti per il sistema bancario tedesco. La Merkel potrebbe così considerare la proposta di garanzie comuni alle banche europee per evitare le fughe di depositanti, avvenute in Grecia e temute in Spagna.

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