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Eurobanche Modello da rottamare Essere universali non paga (più)

L’anno delle teste che rotolano nelle grandi banche europee non ci dice che nel Vecchio continente abbiamo un problema di grandi banchieri. Racconta invece che c’è una questione strutturale, di modello di banca ancora non definito. In discussione è la banca universale, quella che fa tutto, dall’attività tradizionale di raccolta e prestito all’ investment banking : fino a un po’ di anni fa era il grande obiettivo, premiato dai mercati; oggi, dopo la crisi finanziaria, è diventata un problema per chi ci si è avventurato. 
Incertezze
Non si tratta di una materia teorica: è che il modello incerto si traduce in minore capacità di risolvere i problemi – per esempio le sofferenze – e quindi rende le banche meno efficienti nel finanziamento dell’economia. Altra cosa la situazione negli Stati Uniti. Nei giorni scorsi ha fatto onde alte l’annuncio delle dimissioni annunciate dai co-ceo di Deutsche Bank, Anshu Jain e Jürgen Fitschen (saranno sostituiti da John Cyran). Nei mesi scorsi, Standard Chartered ha visto il ritiro di Peter Sands e di altri quattro membri del vertice, mentre il presidente Sir John Peace se ne andrà l’anno prossimo
Al Credit Suisse Brady Dougan si è dimesso, sostituito da Tidjane Thiam. Hsbc non ha ancora cambiato il vertice ma va avanti di taglio in taglio del business : la settimana scorsa ha annunciato l’uscita da alcuni mercati e la riduzione del personale (25 mila).
Marco Mazzucchelli – oggi managing director della banca svizzera Julius Bär, in passato in molte banche internazionali e soprattutto membro della Commissione Liikanen che ha studiato la riforma strutturale del sistema bancario in Europa – sostiene che molte grandi banche europee «hanno cercato di tenere un approccio multibusiness sotto un unico cappello» ma sono state colpite da alcune forze che le hanno disorientate. Queste forze Mazzucchelli le elenca così: innanzitutto, la crisi finanziaria; poi, sono state colpite dai regolatori che nel modello di banca universale hanno visto una delle radici del too-big-to-fail , cioè dell’istituzione troppo grande per poterla lasciare fallire (con il conseguente azzardo morale che si trascina l’idea di immortalità); e colpite dai mercati, perché anche quando hanno cercato di rendersi trasparenti, di esplicitare le diverse attività in modo chiaro tra gli analisti e gli investitori è rimasto il dubbio che nella complessità della banca universale ci fosse sempre la possibilità di nascondere sussidi tra un’attività e l’altra, inefficienze, problemi del passato. In Borsa, essere universali è dunque diventato un handicap.
Svolte
Cambiare modello può essere un’impresa formidabile. A Deutsche Bank, Jain e Fitschen ci hanno provato, mossi dalla scelta della banca di diventare il grande concorrente europeo delle potenti investment bank di Wall Street. Per quattro anni. Quando, lo scorso aprile, hanno presentato il piano di spin-off di Postbank per focalizzarsi sull’ investment banking era troppo poco troppo tardi. Paul Achleitner, presidente del consiglio di sorveglianza della banca, è stato esplicito: «Avete preso un periodo così lungo e ne siete usciti con una strategia che manca di dettaglio», ha detto. Le dimissioni erano diventate inevitabili, probabilmente. «Il cambio di vertice avviene per dare il segno del riposizionamento» del modello di business, dice Mazzucchelli.
«L’alternativa è quella di Hsbc che continua sulla strada di fare tagli senza impressionare i mercati». In parallelo al cambio al vertice – nota il banchiere svizzero – Standard Chartered si è ulteriormente concentrata in Asia e nei Paesi emergenti come banca commerciale. Credit Suisse ha ridotto le attività all’estero e nell’ investment banking . A Deutsche Bank ci si aspetta che il nuovo amministratore delegato Cyran sia più deciso nel cambiare rotta verso la banca d’investimenti globale con rete commerciale in Germania.
Per Hsbc la situazione è meno chiara. Nel complesso, le grandi banche europee sono nel mezzo di una transizione e faticano a portarla a termine. In America è diverso. Colpite con violenza dal crollo di Lehman Brothers nel 2008, l’approccio dei supervisori e dei regolatori è stato più deciso e duro e non si è concentrato sulla separazione delle attività di business.
Strada segnata
«Prima, le banche sono state forzate a ricapitalizzare – dice Mazzucchelli –. Con un approccio top-down : lo fai e non fiati, hanno detto loro le autorità. E sono state spinte a denunciare subito le perdite e a vendere a un veicolo voluto dal Tesoro le attività non-performing . Una cura da cavallo che è andata in parallelo alla politica monetaria e fiscale, entrambe espansive. Un circolo virtuoso. Si è poi lasciato alle banche la scelta di quale modello perseguire».
La situazione è che oggi abbiamo tre banche universali: Jp Morgan Chase, Citi, Bank of America. Due grandi investment bank : Goldman Sachs e Morgan Stanley, tra l’altro diverse tra loro. E la tradizionale banca commerciale, ma in notevole performance , Wells Fargo. «È la quintessenza della differenza tra Stati Uniti ed Europa – sostiene Mazzucchelli – Gli Stati Uniti sono più brutali, hanno applicato una cura da cavallo e le banche sono andate subito verso un riallineamento. L’Europa ha scelto la strada delle soluzioni omeopatiche», con il risultato che non ha ancora oltrepassato il guado. Ciò ha l’effetto, per dire, che i crediti problematici delle banche europee rimangono altissimi, 1.180 miliardi di euro, non lontani dal 10% del Pil: perché gli istituti non hanno ancora ripulito i bilanci. Crediti incagliati che influiscono sui parametri patrimoniali imposti dai regolatori e rendono più difficile alle banche prestare all’economia.
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