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Euro record, acquisti sui bond periferici

Draghi prende tempo (rinviando in autunno la decisione sul tapering) e gli investitori reagiscono in modo ambiguo, privilegiando gli acquisti sull’euro (come se il governatore della Bce fosse stato “falco”) ma comprando anche bond periferici europei (come se invece lo stesso fosse stato “colomba”). In realtà Draghi ha dato due buone notizie ieri: la ripresa economica procede bene in un contesto in cui la Bce è disponibile a prolungare il supporto monetario, in attesa di rivedere l’inflazione più vicina al target del 2%.
Lo scatto dell’euro, il vero termometro in questi casi per misurare il sentiment dei mercati, sembrerebbe quindi più legato agli accenni di Draghi sull’andamento economico che non ai reali timori di un tapering ravvicinato (su questo punto sarà decisivo il meeting di Francoforte a settembre quando il Consiglio direttivo della Bce potrà esaminare i nuovi dati economici e soprattutto sull’andamento dell’inflazione) e del rischio di uno shock sui mercati (“taper tantrum”). Mentre gli acquisti sui bond sarebbero dovuti alla parte del discorso che concilia con un atteggiamento accomodante della Bce anche nell’anno a venire.
Più nel dettaglio, la divisa unica si è spinta fino a 1,164 (e partita da 1,151) rivedendo così i livelli di gennaio 2015. Allo stesso tempo va detto che dietro lo scatto dell’euro dell’1,2% in una sola seduta (davvero tanto per un mercato estremamente liquido e prevalentemente a leva come quello valutario) non c’è solo l’ “effetto-Bce”. Il denominatore, in questo caso il dollaro, ha giocato la sua parte. Ieri il dollar index – un indice che sintetizza l’andamento del biglietto verde con le altre sei principali valute del pianeta, euro compreso – ha ceduto lo 0,8% scivolando a 94,2 punti, una soglia precedentemente toccata a maggio 2016. Questo perché il dollaro sta pagando le incertezze legate alla tenuta del presidente degli Usa Donald Trump (secondo indiscrezioni di stampa l’inchiesta sul Russiagate si sarebbe allargata alle attività imprenditoriali della galassia Trump) oltreché alla sua capacità di mantenere le promesse elettorali (in settimana è stato bocciato il secondo tentativo di cancellare la riforma sanitaria del predecessore Obama).
La debolezza del dollaro sta ridando fiato alle quotazioni delle materie prime (quotate in dollari e quindi dall’andamento inversamente proporzionale al valore della valuta), oro compreso. Il metallo giallo è balzato a 1.250 dollari l’oncia.
La posizione delicata di Trump non ha però impedito ieri a Wall Street di toccare (attraverso gli indici S&P 500 e Nasdaq) nuovi massimi storici intraday. Mentre l’indice S&P 500 technology superava per la prima volta da 17 anni i valori di marzo 2000, quando scoppiò la bolla della new economy. Un ulteriore segnale che il settore tecnologico – in rialzo da inizio anno del 20% rispetto al +10% generale dei listini Usa – sta trainando la volata globale delle Borse, rimpiazzando al momento la delusione degli investitori per la mancata attuazione delle riforme sventagliate da Trump in campagna elettorale (riduzione delle tasse alle imprese e nuovi investimenti pubblici).
Le Borse europee – che in prima battuta avevano reagito bene alle parole di Draghi – hanno invece ripiegato nel finale ignorando nel complesso le due notizie positive arrivate ieri dalla Bce (conferma della ripresa economica abbinata alla disponibilità a garantire il supporto monetario). L’indice Eurostoxx 50 ha chiuso praticamente invariato. Il Ftse Mib di Piazza Affari ha ceduto lo 0,19%.
Come anticipato, sono tornati gli acquisti sui titoli obbligazionari dell’area euro. Il rendimento del BTp a 10 anni è sceso di otto punti base al 2,09%. Il rispettivo Bund è diminuito di solo un punto allo 0,52%: di conseguenza lo spread tra i due Paesi si è ridimensionato a 157 punti. Ogni giudizio, a questo punto, è rimandato a settembre.

Vito Lops

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