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Euro La crisi di Atene? Finirà solo con la pace Schäuble-Bundesbank

Lo scontro è in corso da anni, ma solo da poco ha raggiunto un livello quasi insostenibile. È sulla Grecia che la battaglia fra la Bundesbank e il ministero tedesco delle Finanze si è accesa ancora di più. Da un lato ci sono il numero uno della banca centrale tedesca Jens Weidmann e il cancelliere tedesco Angela Merkel. Dall’altro troviamo il titolare del dicastero finanziario Wolfgang Schäuble e il suo falco Ludger Schuknecht, direttore della divisione Economic policy. In sostanza, pragmatismo contro dogmatismo. E sta prevalendo il secondo. 
Il gioco del poliziotto buono e del poliziotto cattivo è finito. Fonti della Commissione europea parlano di una Merkel ormai ai ferri corti con le posizioni di Schäuble, specie su Atene. Fino all’ultima tornata elettorale greca il leit motiv della narrativa tedesca era rappresentato dal ruolo distensivo di Merkel, dopo le dichiarazioni oltranziste di Schäuble. Ma ora, complici le tensioni geopolitiche in corso, il cancelliere sta faticando sempre più ad arginare il suo ministro delle Finanze. Per capire cosa sta accadendo, bisogna però guardare al rapporto tra Tesoro tedesco e Bundesbank. Il primo recrimina alla seconda di aver assunto una posizione troppo rilassata nei confronti della crisi, della Grecia e di aver lasciato troppo potere alla Bce dell’italiano Mario Draghi. La seconda invece dice che la prima ha una visione troppo «limitata e dogmatica».
Dialettica
La dialettica fra Weidmann e Schuknecht è sempre più aspra. Il banchiere centrale, nonostante la sua inflessibile visione sulla politica monetaria della Bce, non ha messo i bastoni fra le ruote a Draghi quando si è trattato di lanciare il programma di acquisti di titoli di Stato, il cosiddetto Quantitative Easing (QE). Del resto, il lasciapassare all’operazione era già arrivato dalla Cancelleria. Tuttavia, non ha perso tempo a ricordare agli altri banchieri centrali dell’Eurosistema quali sono i due maggiori rischi del QE: il venir meno del senso di urgenza per l’adozione delle riforme strutturali da parte degli Stati membri e il rischio di bolle su determinate classi di asset, frutto della fame di rendimento degli investitori, che non possono sfogarsi su un mercato obbligazionario i cui tassi sono ai minimi storici. Cattivo a parole, pragmatico nelle azioni. È così l’economista nato a Solingen, nel Nord Reno-Westfalia, e con un dottorato preso a Bonn, che poi lo ha traghettato prima al Fondo monetario internazionale (Fmi) e poi alla Bundesbank. In maggio festeggerà i suoi primi quattro anni sullo scranno più importante della banca federale tedesca e, se continua così, batterà il record di permanenza del suo predecessore, Axel Weber, che sotto la Merkel ha vissuto un lustro, non senza difficoltà.
Mosse
Schuknecht, invece, è forse la persona più indicata per capire le prossime mosse della Germania. «L’uomo con la testa che assomiglia a quella di un uccellino», come lo ha sbeffeggiato Der Spiegel nel 2013, è l’economista dietro alle politiche di Schäuble. Dentro il Tesoro è chiamato «l’architetto dell’austerity». Nato nel 1962 a Gelsenkirchen, anche lui nel Nord Reno-Westfalia, ha studiato economia a Monaco di Baviera, poi ha passato un periodo alla George Mason University e infine ha completato un dottorato in Economics all’Università di Costanza. Schuknecht è noto nell’ambiente accademico per un paper scritto quando era alla Bce con Vito Tanzi, che all’epoca era al Fmi. «Public Spending in the 20th. Century: a Global Perspective» spiega infatti in che modo si è evoluta la spesa pubblica nelle economie avanzate. Un paper che Schäuble è solito citare come esempio virtuoso di come bisogna gestire le finanze pubbliche. «È bravo il mio economista, ma resta un accademico», disse una volta Schäuble. Un modo nemmeno troppo gentile per affermare la supremazia della politica sul tecnicismo economico. Nonostante ciò, il ruolo di Schuknecht sta diventando sempre più importante. Durante il simposio di Jackson Hole, nell’agosto dello scorso anno, Draghi parlò della posizione fiscale della Germania, ricordando a Berlino che se aveva spazio operativo avrebbe dovuto usarlo, per il bene di tutta l’eurozona. Parole recepite bene da Merkel, e di riflesso anche da Weidmann, ma non dal Tesoro. Schäuble chiese al suo economista se Draghi avesse ragione e Schuknecht non disse molte parole, come al solito. «No, noi abbiamo i nostri obiettivi. E dobbiamo rispettarli», disse l’economista. E così il ministro tedesco ha guadagnato terreno. Sia nei confronti di Merkel sia nei confronti dell’Eurogruppo, dato che la linea dura sulla Grecia continua a essere dettata da Schäuble e Schuknecht. Il problema, come ha ricordato UBS, è che «la crisi di Atene è prima di tutto la crisi della Germania». Prima si appianano le posizioni fra Bundesbank e Tesoro, prima diminuiranno le tensioni in tutta l’euroarea.
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