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Euro in altalena con i dati macro

Quando alzeranno i tassi gli Stati Uniti? A giugno, settembre. Oppure in autunno o addirittura nel 2016? È questo il super-dubbio del momento tra gli investitori, dietro cui si orientano le scelte di investimento e gli attuali movimenti di capitale. Gli analisti escludono a questo punto – a meno di clamorose sorprese – giugno. Restano in piedi le altre tre ipotesi. E i numerosi dati macro arrivati ieri dall’Europa agli Usa non hanno fatto altro che alimentare la confusione tra gli operatori, riverberata nelle oscillazioni del cambio euro-dollaro, più che mai in questa fase termometro dell’andamento dei trend finanziari.
Sulle prime battute l’euro è salito oltre quota 1,11 dollari, in scia alle minute del Fomc (il comitato operativo della Fed) della vigilia che hanno difatti quasi escluso un rialzo dei tassi a giugno. La divisa unica si è portata oltre quota 1,115 dollari per poi rallentare un po’ dopo la pubblicazione dell’indice Pmi dell’Eurozona che a maggio ha frenato a 53,4 punti contro i 53,9 punti di aprile. Ha colpito in particolare il rallentamento in Germania dove l’indice si è contratto a 52,8 punti dai 54,1 punti di aprile. Per alcuni è il segnale che l’espansione della prima economia europea potrebbe aver raggiunto un punto di massimo.
Nel primo pomeriggio l’euro è tornato a indebolirsi in scia alla pubblicazione delle minute dell’ultimo incontro (metà aprile) della Bce . L’istituto valuta che «non risultano esserci necessità di considerare alcun cambiamento nella politica monetaria o di riconsiderare alcun parametro del piano varato il 22 gennaio 2015». La fermezza sul proseguimento del «quantitative easing» ha favorito una mini-svalutazione giornaliera dell’euro in area 1,111. Ma poi sono arrivati i dati negli Usa a far nuovamente ballare il cambio. L’euro è risalito (o potremmo anche dire che il dollaro si è indebolito) dopo le cifre dei sussidi sulla disoccupazione negli Usa. È emerso che la media delle richieste nell’ultimo mese è calata a 266.250 unità, ai minimi dall’aprile del 2000. Ma anche che le richieste settimanali sono salite oltre le aspettative. L’euro è tornato quindi a 1,115. Per poi tornare a ballare nuovamente quando sono arrivati i dati del settore immobiliare negli Usa, con le vendite di case esistenti scese ad aprile del 3,3%, contro previsioni +0,8%. A questo segnale di rallentamento si è aggiunto quello disegnato dal Pmi americano: l’indice dei responsabili degli acquisti del settore manifatturiero è sceso a 53,8 punti in maggio dai 54,2 di aprile (54,6 punti attesi). Come se non bastasse, alla confusione si è aggiunto il Leading Indicator (Superindice), un indicatore anticipatore dell’economia americana, che è invece salito a sorpresa a +0,7% contro una previsione di +0,3 per cento.
Di fronte a dati contradditori i mercati azionari hanno reagito in modo blando. Le Borse europee europee hanno chiuso in lieve rialzo mentre Piazza Affari ha ceduto lo 0,14%, complice il debole andamento del settore bancario. Poco mosso il mercato dei titoli sovrani con lo spread BTp-Bund in calo di due punti a 120. Qualche incertezza in più dai governativi Usa. I tassi dei titoli a 10 anni hanno toccato un minimo al 2,21% e quelli a due anni allo 0,58%. Livelli profondamente distanti dai rispettivi titoli tedeschi (-0,22% e 0,64%) che rendono ancor più difficile pronosticare la tempistica del primo rialzo, dal 2006 a questa, dei tassi negli Usa. Nel frattempo il nervosismo nelle sale finanziarie è destinato ad aumentare.

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