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Euro il referendum? Prima o poi si vendicherà

di Danilo Taino

Per la prima volta, l'ipotesi che un Paese, la Grecia, possa uscire dall'Unione monetaria europea è entrata nel linguaggio ufficiale della politica. E' successo la settimana scorsa, alla vigilia del vertice del G20 di Cannes, quando Angela Merkel, la Cancelliera tedesca, e Nicolas Sarkozy, il presidente francese, hanno detto al primo ministro greco George Papandreou — e poi hanno ripetuto in pubblico — che Atene doveva decidere se intendeva stare nell'euro oppure no. Poco dopo, il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso ribadiva il concetto.
Svolta
Il risultato immediato è stata la svolta a U di Papandreou sul referendum che aveva deciso di tenere in patria sul secondo piano di aiuti (e di misure di austerità) deciso dalla Unione Europea pochi giorni prima. E anche il maggiore partito di opposizione greco, Nuova Democrazia, a quel punto ha accettato di appoggiare il pacchetto di misure europeo.
Sul lungo termine, però, il risultato sarà ancora più interessante da studiare. Le minacce di Merkel e Sarkozy, infatti, fanno fare un salto di qualità alla narrativa della crisi del debito in atto in Europa. Ammettere che un Paese può lasciare o essere espulso dall'euro non è di per sé indifferente: le possibilità, spesso, diventano realtà sulla base di una specie di Legge di Murphy (ma seria), per la quale una fetta di pane cade sempre dal lato imburrato.
Tanto che, il giorno successivo alla dichiarazione dei leader di Germania e Francia, il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, si è sentito in dovere di chiarire che i Trattati europei non prevedono che un Paese esca dalla moneta unica. Ma c'è di più. Nello sforzo di salvare una situazione sempre più compromessa, Berlino e Parigi hanno sollevato la possibilità di uscita di Atene dall'euro non di fronte a un evento finanziario o a una catastrofe di mercato. L'hanno fatto di fronte alla scelta di Papandreou di tenere un referendum, cioè di sentire la voce dei cittadini greci. E' l'ammissione involontaria, da parte dei principali azionisti dell'Eurozona, che tra moneta unica e democrazia esiste un problema non risolto. Tanto che i mercati sono crollati quando il primo ministro greco ha annunciato il referendum e sono tornati a salire quando hanno capito che la consultazione non ci sarebbe stata.
Timore
La paura immediata — dei governanti come degli investitori — era che i greci non avrebbero votato per misure che peggioreranno, nel breve termine, le loro condizioni di vita già rese difficili dai precedenti piani di austerità. In più, Merkel e Sarkozy si erano trovati di fronte a una contraddizione tipica dell'Unione europea: i greci, destinatari degli aiuti, avrebbero avuto la possibilità di accettarli o meno grazie al referendum; i tedeschi e i francesi, che gli aiuti li dovevano dare, non avrebbero invece avuto diritto di parola. Al di là di queste contraddizioni, la questione messa in luce dal referendum greco è più sostanziale.
Di base, l'Unione monetaria europea ha una legittimità democratica indiretta. I governi che decisero di lanciare l'euro erano pienamente democratici e finché si è trattato di vivere nella normalità nessuno ha sentito il bisogno urgente di porre direttamente ai cittadini europei il quesito se volessero l'euro e le sue conseguenze.
Ora che la crisi sta facendo saltare tutte le normalità, la questione si pone eccome: per i cittadini tedeschi, francesi e dei Paesi del Nord Europa che devono dare garanzie, cioè mettere in gioco denaro loro, per i debiti di quelli del Sud; e per i cittadini greci, portoghesi e via dicendo che, in cambio degli aiuti, dovranno non solo rinunciare a pezzi di sovranità ma soprattutto diventare più tedeschi in termini di stili di vita, austerità, concordia nazionale, bilanci in ordine.
A un certo punto di questa crisi, quando si tratterà di trovare le nuove forme di governo comune dell'Eurozona, ai cittadini europei dovrà essere data la parola, in qualche modo, pena rivolte. Frau Merkel e in generale i partiti tedeschi lo sanno bene e lo hanno segnalato: per loro si tratterà probabilmente di cambiare anche la costituzione.
Il guaio è che, negli ultimi anni, in piena era euro, ogni volta che i cittadini sono stati chiamati a votare a favore o contro un progetto europeo si sono espressi contro. E' successo, nel decennio scorso, in Danimarca, Olanda, Francia, Irlanda. Sempre creando crisi nella Ue.
Unire un continente diviso in Stati nazionali non può né essere considerato una passeggiata — è anzi un viaggio lungo e tortuoso — né si può pensare di farlo senza chiedere l'opinione della gente.
Difficoltà
Sarà dunque il caso che i governi si preparino e soprattutto preparino le opinioni pubbliche al passaggio storico al quale la crisi ha messo di fronte il Vecchio Continente. Avere «più Europa» in casa per i singoli Stati dell'Unione non sarà facile in ogni caso, ma sarà impossibile se non si parla chiaro. Non si può tremare ogni volta che si sente la parola «referendum».

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