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«Euro forte, niente pressioni sulla Bce»

MADRID — In Germania lo stesso cerimoniale non aveva infastidito nessuno. In Spagna l’incontro a porte chiuse al Congresso con una rappresentanza di deputati ha scatenato una bufera. «Vengo più che altro per ascoltare» aveva detto il governatore della Banca centrale europea accogliendo l’invito dell’opposizione socialista spagnola. Invece Draghi ha finito per dare le pagelle alla periferia dell’euro, incrociare il fioretto con il presidente francese Hollande e buttare acqua sullo spettro di una «guerra di valute» ipotizzata al mattino in un comunicato dei ministri finanziari del G7 a proposito della svalutazione competitiva dello yen giapponese.
I giornalisti devono aspettare fuori da porte sprangate, con sistemi elettronici di disturbo per proibire (senza successo) ai telefonini dei deputati di raccontare all’esterno cosa avviene in aula. «Draghi, che nessuno ha eletto, viene in un Parlamento democratico e impone la clandestinità!» protesta via Twitter la socialista Carme Chacon, ex ministro della Difesa. «Vergogna» le fanno eco altri deputati di sinistra che contestano l’austerità europea.
L’audizione è finita. Draghi esce, si avvicina ai giornalisti. In mattinata il G7 ha difeso la libera oscillazione dei cambi. Visto che lo yen si è apprezzato del 20% in tre mesi e l’euro è ai massimi, pare un messaggio in vista del G20 di fine settimana a Mosca. Che ne pensa il governatore? «Non vedo niente di simile. Credo sia molto esagerato parlare di guerra dei cambi».
Nell’area euro tanti sognano una svalutazione dell’euro, come si faceva ai tempi della lira, per favorire le esportazioni. L’ha detto esplicitamente il presidente francese François Hollande. Draghi si veste ancora da pompiere: ogni dichiarazione «è inappropriata se ha lo scopo di dare istruzioni alla Banca centrale europea» che è, per statuto, indipendente dalla politica. «La Bce è consapevole che i tassi di cambio sono importanti per la crescita così come lo sono per la stabilità dei prezzi» tutti obbiettivi legittimi dell’azione dell’istituzione europea. «Noi non abbiamo un target predeterminato sul tasso di cambio, ma stiamo monitorando gli effetti di un euro forte sull’economia reale».
Il problema sollevato da Hollande, dunque, viene cacciato ufficialmente dalla porta (assieme al suo postino), ma è pronto a rientrare dalla finestra qualora condizionasse la crescita. Se Supereuro influisse su export, occupazione e sviluppo, Draghi si sentirebbe in diritto e in dovere di intervenire. Non sarà una guerra di valute, ma qua e là nel mondo, si affilano le armi.
Per il momento, comunque, l’attenzione dell’Eurotower è orientata soprattutto sui singoli Stati membri. Né con la stampa né con i deputati, il governatore parla dell’Italia, forse per rispetto della campagna elettorale.
«La Spagna è sulla giusta strada della ripresa economica — si legge nel discorso ai parlamentari spagnoli diffuso dalla stessa Bce —. Le banche oggi hanno sufficiente capitale per riattivare il credito. Il calo del costo del lavoro ha migliorato la produttività. Le esportazioni sono aumentate del 20% in tre anni. Un aumento simile si è avuto in Portogallo, in misura minore, in Irlanda». In tutti e tre i Paesi il peso dell’export sul Pil salito a oltre il 10%. Peccato che i «segnali positivi» non siano ancora «percepiti dai cittadini». «La frustrazione di taluni settori della popolazione è comprensibile».

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