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Euro e Ue, otto voti per superare l’esame

Non solo Grecia. Se i mercati attendono con il fiato sospeso le elezioni del 25 gennaio, quest’anno le urne saranno aperte in ben otto Paesi europei. Il 1° marzo si voterà in Estonia, il 19 aprile in Finlandia, il 7 maggio in Gran Bretagna. Tra settembre e ottobre sarà la volta di Danimarca, Portogallo e Polonia, mentre la Spagna chiuderà la stagione a dicembre. 
«L’esito di queste consultazioni sarà un test decisivo – spiega Cinzia Alcidi, economista del Ceps – per comprendere lo stato d’animo dei cittadini nei confronti del progetto europeo e della moneta unica in un Vecchio continente in cui le misure di austerity varate hanno lasciato il segno e la crisi sempre più strutturale ne sta mettendo in discussione il modello economico e sociale». Un terreno fertile per i movimenti euroscettici con varie intonazioni e sfumature come Syriza, Diritto e Giustizia in Polonia e i Veri finlandesi, o per gli euro-fobici dell’inglese Ukip e del Partito del popolo danese. Forze politiche di recente creazione che hanno avuto una forte affermazione alle ultime elezioni per l’Europarlamento e ora tentano lo scacco macco all’establishment in carica. Fino alle ipotesi più estreme, come l’uscita della Grecia dall’euro e della Gran Bretagna dalla Ue.
«In seguito alla crisi le elezioni nazionali hanno assunto una dimensione sempre più europea», sottolinea il direttore del think tankNotre Europe, Yves Bertoncini, che ha “mappato” il fenomeno dell’euroscetticismo e suddivide i Paesi al voto in tre gruppi, con diverse ragioni di dissenso nei confronti di Bruxelles. «Un primo blocco – aggiunge- è costituito dai Paesi del Sud: Grecia e Spagna. Qui Syriza e Podemos chiedono di voltare pagina rispetto all’Europa-Fmi, quella dei salvataggi a colpi di austerity». Le loro ragioni sono opposte rispetto a quelle dei Paesi nordici, come Gran Bretagna, Danimarca e Finlandia, che hanno dovuto finanziare il paracadute per i Paesi in difficoltà e dove, ricorda Bertoncini, «una parte dell’opinione pubblica mette in discussione il principio europeo di solidarietà». Viaggia, invece, controcorrente il gruppo dell’Est, tradizionalmente più “fedele” all’Europa. «Bruxelles – chiarisce il direttore di Notre Europe – non potrà ignorare queste richieste contrastanti e dovrà cercare di conciliarle, portando avanti la ricerca di un maggiore equilibrio tra rigore e crescita».
Si parte, dunque, con le elezioni anticipate ad Atene, dove l’attuale premier Antonis Samaras dovrà vedersela con Alexis Tsipras, che conta su un consenso intorno al 30 per cento. Il leader di Syriza ha più volte ribadito che il suo obiettivo non è l’uscita dall’euro, ma un allentamento dell’austerity. Mentre la settimana scorsa è andato in scena un balletto di dichiarazioni e smentite sull’ipotesi di una «Grexit», gli economisti fanno i conti. Secondo il direttore del Ceps, Daniel Gros, l’ipotesi non converrebbe a nessuno: non ai greci, che nel 2015 pagheranno interessi sul debito pari all’1,5% del loro Pil, molto più bassi di quelli che devono sostenere Italia o Irlanda. E neppure i Paesi “creditori” che dovrebbero accollarsi pesanti perdite. Mentre è più probabile, secondo l’economista, che il pressing di Tsipras possa portare a un riscadenziamento del debito di Atene o a un allentamento dei target di bilancio.
In Spagna, sulla via della guarigione ma con una disoccupazione oltre il 20%, Pablo Iglesias ha lanciato la sfida al premier conservatore Mariano Rajoy e nei recenti sondaggi il suo partito Podemos è balzato al primo posto.
I portoghesi andranno alle urne il prossimo ottobre. L’euroscetticismo non ha ancora preso piede nel Paese in modo dirompente, ma il voto potrebbe rivelarsi un referendum sulle misure di austerity messe in campo dall’attuale governo di centro-destra guidato da Pedro Passos Coehlo per ottenere il piano di aiuti di Ue e Fmi da 78 miliardi appena concluso. Lo sfidante principale è il segretario socialista Antonio Costa.
La prima del blocco del Nord ad andare al voto sarà la Gran Bretagna il 7 maggio. La consultazione sarà cruciale per comprendere il destino di Londra nella Ue e la tempistica di un’eventuale uscita voluta fortemente dal leader di Ukip, Nigel Farage, e non disdegnata dal premier Cameron (si veda l’articolo sotto). In Danimarca gli occhi sono puntati sul «Partito del popolo» di estrema destra, che ha ottenuto il 26% alle elezioni Ue e secondo recenti sondaggi potrebbe ottenere un consistente aumento dei consensi. In Finlandia, un tempo allievo modello con rating a tripla A, la voce del dissenso si chiama «Veri finlandesi», risultato quarto alle elezioni per l’assemblea di Strasburgo. Finora al riparo dal dibattito euroscettico è l’Estonia, dove il più giovane premier della Ue, il 35enne Taavi Roivas, tenta la riconferma ed è ora in testa ai sondaggi.
Voto cruciale anche quello in Polonia, stella emergente dell’economia europea, che quest’anno dovrebbe viaggiare al ritmo del 2,8 per cento. L’ex premier Jaroslaw Kaczynski, leader del partito euroscettico Diritto e Giustizia, punta a spodestare quella in carico Ewa Kopacz. A detta degli esperti, però, le tensioni in Ucraina potrebbero rappresentare una spinta a una maggiore integrazione con la Ue e un possibile ritorno in auge del sogno di adesione alla moneta unica.
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