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Euro ancora in caduta a 1,06 dollari

L’Europa colpita al cuore dal terrorismo islamico e la sua moneta che precipita. A prima vista il collegamento fra gli attentati che hanno scosso Parigi e l’euro che pochi giorni dopo ha raggiunto i minimi da 7 mesi a 1,0630 dollari sembrerebbe immediato, forse fin troppo semplicistico. E difatti gli analisti non sembrano troppo propensi a dare una spiegazione di tipo geopolitico ai movimenti che hanno riguardato le valute in queste ultime ore, tanto più che su altri mercati – quali quello azionario e quello obbligazionario – le reazioni agli attacchi sono state in fin dei conti piuttosto limitate, se non addirittura di senso contrario a quanto ci si potesse legittimamente attendere.
L’euro, a ben vedere, non ha fatto altro che proseguire la discesa avviata qualche settimana fa quando i dati sostenuti provenienti dall’economia Usa (soprattutto quelli del mercato del lavoro di inizio novembre) e il linguaggio più «aggressivo» di molti membri della Federal Reserve hanno accresciuto le possibilità che la Banca centrale americana proceda al primo rialzo dei tassi da oltre 11 anni a questa parte a metà dicembre. Il tutto giusto un paio di settimane dopo che la Banca centrale europea (Bce) sarà chiamata (come ormai si attende la maggior parte degli osservatori) a espandere la propria politica monetaria con quello che potrebbe passare alla storia con la sigla «Qe2».
La «divergenza» fra gli orientamenti di Francoforte e Washington negli ultimi mesi e soprattutto la prospettiva che questa forbice possa allargarsi nel corso del 2016 è infatti ciò più di ogni altra cosa orienta l’euro/dollaro, come mostra la correlazione fra il cambio e il differenziale dei rendimenti dei titoli di Stato a due anni nelle due aree chiaramente visibile nel grafico a fianco. Le conseguenze degli attentati di venerdì notte e del clima di allarme che ancora ieri si respirava nell’Europa intera potrebbero semmai contribuire ad accentuare movimenti già in atto sui mercati valutari.
Il pericolo che lo shock si possa trasferire sulla fiducia di famiglie e imprese, frenando quindi quei consumi interni su cui si poggia la già balbettante ripresa nell’area euro, è tutt’altro che neglegibile. Non per niente il membro del Consiglio direttivo della Bce, Peter Praet, ha ieri riconosciuto in un’intervista alla Bloomberg che eventi come quelli di venerdì scorso, sebbene abbiano in genere un effetto transitorio sull’economia e non siano a priori una ragione per mutare orientamento, in un contesto di crescita ciclica ancora fragile e con rischi al ribasso come quella attuale «non aiutano a ricostruire la fiducia nella ripresa e devono essere seguiti con attenzione».
La possibilità che l’Eurotower adotti un atteggiamento ancora più incisivo il prossimo 3 dicembre rispetto a quanto già si aspettano gli analisti (un taglio del tasso sui depositi, al momento già a -0,20%, di ulteriori 10 centesimi e un allargamento del piano di riacquisti di titoli di Stato) graverebbe quindi ulteriormente sull’euro. Ma se nel breve termine la divisa comune è probabilmente destinata a vedere nuovi minimi, scivolando anche al di sotto dei livelli raggiunti la scorsa primavera poco dopo l’avvio del «Qe» e magari avvicinando la fatidica parità col dollaro, allargando l’orizzonte temporale gli operatori di mercato risultano più dubbiosi. La media degli analisti intervistati da Bloomberg «vede» un cambio col dollaro vicino ai livelli attuali (cioè 1,06/1,07) per tutto il prossimo anno e una successiva graduale risalita nel 2017 sulla scia dell’auspicata ripresa europea.
E c’è anche chi non crede necessariamente in una perdurante debolezza dell’euro. Presentando ieri l’Economic Outlook 2016 di UniCredit Research, Roberto Mialich ha ribadito la previsione per un cambio con il dollaro attorno quota 1,12 fra 12 mesi e addirittura a 1,18 al termine dell’anno successivo. «La nostra idea – ha spiegato lo strategist – è che il mercato abbia prezzato più di quanto la Fed potrà fare: ciò non significa che non si possa vedere un euro ancora più debole all’inizio del 2016, ma se consideriamo che il dollaro a questi livelli appare già ampiamente sopravvalutato riteniamo che esistano margini di ripresa nei mesi successivi». Delle scommesse a «senso unico» bisogna sempre diffidare, a maggior ragione quando si parla di mercati valutari.

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