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Euro ai minimi dell’anno sul dollaro


L'euro scivola. Quasi all'improvviso. In coincidenza con l'annuncio dei dati sull'espansione del bilancio, e della base monetaria, della Bce la moneta comune ha perso terreno nel pomeriggio sul dollaro, portandosi a quota 1,2915, ai livelli dell'11 gennaio scorso; e soprattutto è calata fino a 100,72 yen, un livello abbandonato ormai nel giugno del 2001.
Lo scivolone ha sorpreso perché, dopo l'operazione di liquidità a tre anni da 489 miliardi della settimana scorsa, era immaginabile un forte aumento del bilancio della Banca centrale di Francoforte. Gli analisti avevano subito valutato in almeno 200 miliardi la possibile espansione, e la stima è risultata poco lontana dai 240 miliardi effettivi di incremento, che hanno portato le dimensioni dei conti oltre i 2.700 miliardi di euro. Difficile dire, dunque, se la flessione della moneta comune sia stato un pretesto operativo o l'inizio di un effettivo cambiamento di strategia degli investitori.
Alcuni operatori hanno citato, come causa o concausa della flessione, anche i timori per la sostenibilità del debito italiano – oggi è prevista un'asta di Btp a tre e dieci anni – ma l'offerta di Bot semestrali di ieri mattina, chiusa con una buona domanda e con rendimenti in calo superiore alle attese, circoscrivevano queste indicazioni (anche se lo spread con i bund tedeschi è tornato sopra quota 500). «È un segno di preoccupazione per la monetizzazione del debito in corso in Eurolandia», ha spiegato allora alla Bloomberg David Mann della Standard Chartered, cercando di legare le notizie provenienti dalla Bce con le attese sulle aste italiane. Karl Schamotta, della Western Union, parlando alla Reuters, ha intanto sottolineato come le aziende di credito europee, malgrado la recente iniezione di liquidità, continuino a rifiutarsi di concedersi prestiti sull'interbancario: «Se le banche europee sono ancora così preoccupate, non è un buon segno», ha detto, allargando il discorso anche alle ricadute che questa riluttanza a prestare potrà avere sulla crescita.
Sarà difficile capire subito, quindi, se il valutario sia di fronte a una nuova tendenza. Le quotazioni sono alterate dagli scambi limitati di fine anno, e distorte anche dalle operazioni realizzate in vista della chiusura dei bilanci: un solo ordine, ieri, ha fatto scattare un forte scivolone della sterlina. La parallela flessione dell'azionario ha fatto pensare che ci sia stata una fuga verso assets sicuri, sempre più scarsi e più richiesti, e quindi verso gli Stati Uniti. Non si può escludere però che possa prevalere – nel tempo e se confermata – l'aspettativa di una politica monetaria più espansiva da parte della Banca centrale europea. La stessa flessione dell'euro, così ad ampio spettro, allenta le condizioni monetarie e finanziarie di Eurolandia, affiancandosi così all'effetto del calo dei tassi e della creazione di liquidità.
Le forti turbolenze sui bond si sono tradotte, nel corso del 2011, in una flessione dell'euro del 3,2% rispetto al dollaro. Non è molto, è stata piuttosto la volatilità a risultare elevata e probabilmente, spiegano gli operatori, lo sarà ancora nel corso del 2012. Sono molti, oltre tutto, i fattori in gioco: alle variazioni dei tassi reali attesi, che dipendono anche dalle scelte di politica monetaria, si stanno sommando gli effetti dei flussi finanziari legati al deleveraging – la riduzione dei debiti – delle banche europee da una parte e di quelle americane dall'altra, che tendono a rimpatriare le risorse finanziarie investite all'estero. La fuga verso asset sicuri è un tema di lunga durata che continuerà intanto a dominare i mercati; mentre i tentativi asiatici di "liberarsi" di dollaro ed euro – che si sono finora tradotti in grandi ma vaghi annunci – non dovrebbero avere grandi effetti, almeno nell'immediato.

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