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Euro ai minimi da aprile in vista della Bce

Sorprendere i mercati, questa è sempre stata la specialità di Mario Draghi da quando ha assunto la guida della Banca centrale europea. Comprensibile quindi che anche in vista del prossimo direttivo di giovedì le aspettative degli operatori siano piuttosto alte. Soprattutto perché il presidente della Bce non ha certo dosato l’uso della retorica per far capire agli investitori che l’azione di contrasto alla deflazione, nemico tutt’altro che sconfitto, sarebbe stata decisa.

Che un ampliamento delle misure easpansive (un ulteriore taglio dei tassi sui depositi e più Quantitative easing) sia da mettere in conto appare assodato. Resta da capire in che misura saranno messi in atto tali mosse. E soprattutto bisognerà vedere se Draghi, come più volte successo in passato, deciderà una mossa a sorpresa. Il proverbiale “coniglio dal cilindro” per prendere in contropiede dei mercati che, da parte loro, hanno già ampiamente scontato l’ampliamento degli stimoli come dimostra chiaramente la maxi-svalutazione registrata dall’euro: nell’ultimo mese la moneta unica ha perso circa il 7% nel cambio con il dollaro, rafforzato da parte sua dalla prospettiva di un rialzo dei tassi Fed. Ieri in particolare l’euro ha aggiornato un nuovo minimo da aprile (1,0597 dollari il punto più basso toccato nella seduta). Il movimento al ribasso del cambio si è accompagnato ad un rafforzamento delle azioni: il paniere europeo Stoxx 600 ha toccato un nuovo massimo da inizio settembre nell’ultima seduta di un mese di novembre archiviato con un progresso del 2,65 per cento. Il saldo finale degli indici è comunque contrastato visto che ai guadagni delle piazze di Milano(+0,63%), Parigi (+0,56%), Francoforte: (+0,78%) e Madrid (+0,74%) hanno fatto da contraltare le perdite di Londra (-0,3%), Amsterdam (-0,56%) e Zurigo (-0,11%). Il settore più premiato è stato quello dell’auto (+2,27% la performance del paniere settoriale Stoxx) ed è facile intuire perché: la valuta debole è un volano per le esportazioni.

Gli acquisti sul segmento azionario si sono accompagnati a vendite sui bond i cui tassi sul mercato secondario sono tornati a salire. Si è trattato per lo più di prese di beneficio in un mercato che, proprio in vista di una nuova tornata di stimoli, è stato molto gettonato. Una fotografia efficace di questa situazione la offre il differenziale di rendimento tra i due titoli più liquidi in assoluto sul mercato: i Tbond americani e i Bund tedeschi. Il premio (spread) che gli investitori pagano per detenere questi ultimi ieri ha raggiunto quota 136 punti base. Ai massimi dal 2006. Questo per via della divergenza di orientamento tra la Bce, che si prepara ad ampliare gli stimoli, e la Fed prossima invece al rialzo dei tassi.

La politica di stimoli monetari della Bce ha portato ai minimi storici i tassi di rifinanziamento del debito pubblico. Per l’anno in corso – ha comunicato ieri il Tesoro – il costo medio ponderato delle nuove emissioni è sceso allo 0,74%, nuovo minimo storico (vedi articolo a pagina 16). Il Ministero dell’Economia ha comunicato che, «in considerazione dell’ampia disponibilità di cassa e delle ridotte esigenze di finanziamento, le aste di titoli a medio-lungo termine previste per l’11 dicembre prossimo non avranno luogo».

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