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Euro a nuovi minimi, risale lo spread

La notizia più attesa ieri sui mercati era il dato sull’inflazione nell’area euro relativo a dicembre. Una statistica che è risultata peggiore delle attese: l’indice dei prezzi al consumo è infatti passato da una crescita modesta di novembre (0,3%) a una flessione (-0,2%) a dicembre superiore a quella messa in conto dal mercato (-0,1%). 
L’inflazione è il faro che orienta le scelte di politica monetaria della Banca centrale europea che, per statuto, ha l’obiettivo di mantenerla stabile. A un livello inferiore «ma vicino» al 2 per cento. Ma è da anni ormai che il livello dei prezzi nell’area euro viaggia lontano da questa soglia. Per contrastare questo trend il presidente della Bce Mario Draghi ha varato una serie di misure espansive di politica monetaria. Ha agito sui tassi portando quasi a zero (0,05%) quelli di rifinanziamento e in negativo (-0,20%) quelli sui depositi. Ha varato finanziamenti agevolati al sistema bancario finalizzati al credito alle imprese e piani di acquisti di Abs (titoli garantiti da prestiti) e covered bond. Questo mix di misure tuttavia si è rivelato inefficace nel contrastare il calo dell’inflazione. Anche perché nel frattempo un’altra variabile è entrata in gioco: la svalutazione del petrolio che, condizionando i prezzi dei carburanti (una delle voci di maggior peso alla voce consumi), ha avuto l’effetto di amplificare ulteriormente la frenata dei prezzi.
La deflazione è un nemico. Le aspettative di un calo dei prezzi spingono infatti i consumatori a ritardare gli acquisti e le imprese gli investimenti. Tutto ciò ha l’effetto di amplificare la frenata dell’economia. Per contrastare questa minaccia la Bce ha solo un’ultima arma a sua disposizione: un piano di acquisti di titoli di Stato (Quantitative easing). Il presidente Mario Draghi da tempo ha preparato il campo per mettere in atto un simile intervento condizionandolo però all’andamento dei prezzi. Con il dato negativo sull’inflazione di ieri gli alibi per non agire si riducono. Le probabilità di un “QE” ora sono superiori al 50% secondo Marco Valli, capo economista per l’Eurozona di UniCredit, che tuttavia non crede che l’annuncio arriverà al direttivo di questo mese ma che bisognerà aspettare fino a marzo.
Insomma non pare più questione di “se” ma di “quando” la Bce agirà. E alla luce di queste considerazioni si spiega la nuova frenata dell’euro che ieri ha aggiornato un nuovo minimo da 9 anni arrivando a un passo da scendere sotto quota 1,18 dollari. Meno netta la reazione dei bond governativi il cui andamento ieri è stato piuttosto volatile. Se nella prima parte della mattinata la scommessa “QE” ha infatti spinto i titoli di Stato dei Paesi periferici, tra i principali beneficiari di un intervento della Bce, questo trend si è invertito nella seconda parte della seduta. Il differenziale di rendimento tra Bund tedeschi e BTp italiani (spread), dopo una partenza a 141 punti, è sceso fino a 136 punti dopo il dato sull’inflazione salvo poi rialzare la testa nel finale di seduta arrivando a chiudere a 146 punti. Questa impennata è correlata al balzo oltre il 10% del rendimento del titolo greco a 10 anni in seguito alla diffusione di un nuovo sondaggio elettorale che ha dato in crescita le preferenze per l’estrema sinistra di Syriza (contraria all’austerity e favorevole a una ristrutturazione del debito) in vista del voto di fine mese.
Il rischio Grecia ha pesato anche sulla giornata di Borsa. Dopo il tracollo di lunedì (-4,92%), la volatilità di martedì, la Borsa di Milano ha mancato il rimbalzo chiudendo in calo dello 0,11%. Hanno chiuso in positivo invece le altre piazze europee seppur riducendo di molto i guadagni di giornata: Parigi ha guadagnato lo 0,71%, Francoforte lo 0,51%, Madrid lo 0,21% mentre Londra ha messo a segno un rialzo dello 0,84%.
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