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Etruria, tutti i prestiti a amici disastrati tra yacht, hotel di lusso e cemento

Chi ha spinto Banca Etruria nel baratro concedeva prestiti a grandi gruppi amici coi conti disastrati, senza criteri ragionevoli. «Incapacità generalizzata a gestire il credito», la definisce il commissario Giuseppe Santoni nella relazione finale sull’insolvenza. I soldi uscivano, e non rientravano. Chi compilava i bilanci, poi, non li inseriva «tempestivamente » tra le sofferenze. Col risultato che i soci dell’istituto vedevano una cassa più sostanziosa di quanto fosse nella realtà.
In più di 150 pagine, Santoni mette nero su bianco le ragioni del fallimento della vecchia Banca Etruria, senza risparmiare i vertici: «Nonostante le pressanti indicazioni di Bankitalia, restavano singolarmente inerti». Aggiunge «difetti nei controlli di primo e secondo livello sui conti transitori, e anomalie nelle verifiche anti-riciclaggio». È un documento essenziale, perché serve al pool di magistrati di Arezzo per definire le ipotesi della bancarotta fraudolenta. A cominciare dalla gestione disastrosa dei grandi creditori.
Santoni ne cita diversi, ma si concentra sui quattro che, insieme, hanno accumulato un’esposizione superiore a cento milioni. Denaro che l’Etruria non ha mai più visto. Si tratta del gruppo Sacci spa (50 milioni), storica azienda del cemento di proprietà della famiglia Federici ritenuta vicina a Gianni Letta. Augusto Federici è stato anche nel cda della banca fino al 2011. Poi la Privilege Yard spa, che ha avuto una ventina di milioni per il famoso progetto dello yacht più grande del mondo: fallito prima del completamento dell’imbarcazione, che giace mestamente in un cantiere di Civitavecchia. Altri 20 milioni evaporati sono andati a Villa San Carlo Borromeo, una srl che possiede l’omonimo hotel cinque stelle di Senago fallita l’11 giugno scorso. Aveva ottenuto un mutuo ipotecario dalla direzione generale dell’Etruria grazie all’imprenditore 71enne Armando Verdiglione, finito più volte in carcere.
La storia giudiziaria di Verdiglione meritava un approccio più cauto da parte di chi ha autorizzato il fido. Lo stesso vale per l’immobiliarista Pierino Isoldi, anche lui con diversi guai con la giustizia, che ha ottenuto una quindicina di milioni di euro nel 2010 per la Isoldi Holding spa, poco prima di finire in amministrazione controllata.
Santoni allarga il ventaglio dei fidi dati in conflitto d’interesse. Oltre a quelli individuati da Bankitalia (sono indagati l’ex presidente Rosi e l’ex consigliere Nataloni), ne sono saltati fuori altri due riferiti a due ex consiglieri, e tra le società beneficiarie spunta ancora la Sacci. Starà ai magistrati valutare la consistenza delle garanzie offerte e se i vecchi manager di Etruria hanno provato a recuperare il denaro. Sulle responsabilità addossate ai due cda sotto inchiesta Santoni distingue. Al primo (2009-2014, presidente Giuseppe Fornasari, tra i consiglieri Pier Luigi Boschi) viene addebitata «l’insufficiente consapevolezza della situazione della banca e gli interventi gestionali irrealistici, quali il premio da 2,1 milioni ai dipendenti, il riacqusito della sede della controllata Banca Federico del Vecchio per 29 milioni, il proliferare di consulenze (per oltre 15 milioni, ndr) a ex dipendenti e amministratori per lo più riferibili all’ex dg Luca Bronchi». Al secondo (2014-febbraio 2015, presidente Luca Rosi, vicepresidenti Alfredo Berni e Boschi), «l’aver lasciato inevasa la richiesta della Banca d’Italia di integrarsi con un partner di elevato standing e l’assunzione del dg Cabiati irrispettosa delle policies aziendali ». Tra gli investimenti «sbagliati » in partecipate «che hanno prodotto solo perdite» è citata, infine, la Banca Lecchese.

Fabio Tonacci

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