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Etihad soffre la crisi Alitalia pronta a tagliare 3 mila dipendenti

Il gruppo arabo paga un piano di espansione forse troppo ambizioso. Presto a terra i cargo mentre i dieci aerei Boeing 777 sono già fermi sulle piste
roma
Fino a 3 mila dipendenti in meno, con una decisa riduzione della flotta e un piano di risparmi lacrime e sangue. Alitalia ancora nella bufera? No, stavolta non si tratta della nostra ex compagnia di bandiera, impegnata nell’ennesima caccia al partner danaroso. Ora la crisi bussa alla porta di Etihad, proprio uno dei protagonisti del salvataggio che soltanto quattro anni fa doveva mettere in sicurezza Alitalia facendola diventare ( sono parole dell’allora top management italo- arabo) «la compagnia più sexy del mondo». Di sexy, si è visto solo il progressivo dimagrimento della linea aerea e lo striptease di risorse che l’ha ridotta in una condizione pre-fallimentare. Poi il buio o quasi.
Oggi, nella scomoda parte della Cenerentola c’è, a 15 anni esatti dalla sua fondazione, uno dei tre mostri sacri del Golfo, la compagnia che fino al luglio scorso era nelle mani di un funambolico manager- rugbista.
L’australiano James Hogan, che prima dei posti sugli aerei noleggiava auto, dal 2003 al 2014 aveva messo le mani in nove compagnie sparse per il globo (Alitalia inclusa), in una strategia di espansione senza precedenti, che mirava a piazzare un piede in tutte le linee aeree che mostravano debolezze o conti non proprio in ordine ma con un bacino di riferimento ( passeggeri e rotte) importante.
Nel 2014 con l’ultimo acquisto degli emiri, Etihad era entrata in nove compagnie dall’India alla Serbia, dalle Seychelles all’Irlanda, Germania, fino all’Australia. Così il personale, ad esempio, in otto anni è triplicato arrivando a toccare le 21 mila unità ( e in totale il gruppo ha 27 mila dipendenti). Anche la flotta è triplicata passando dai 40 aerei del 2009 ai 125 di oggi.
Del patrimonio complessivo di partecipazioni Etihad conserva ben poco: ne sono rimaste solo quattro rilevanti in Air Serbia, Air Seychelles, Jet Airways e Virgin Australia. Tutto il resto si è volatilizzato oppure è appassito: soltanto in Europa il “pollice verde” dei vecchi dirigenti di Abu Dhabi, ha azzerato Alitalia, Air Berlin e Darwin portandole non verso un futuro “sexy”, ma dritte al fallimento che ora contagia gli ex “salvatori” arabi.
Se Emirates ha visto sprofondare i profitti lo scorso anno facendo squillare l’allarme nel Golfo Persico, i nuovi vertici di Etihad sono già pronti ad aprire il capitolo “tagli”. Nell’emirato si parla senza mezzi termini di “downsizing”, riduzione del business, dei dipendenti, degli aerei, delle spese. Una riorganizzazione che Alitalia ha già vissuto decine di volte, ma che ad Abu Dhabi rischia di fare molto male al morale.
« Molti contratti e consulenze sono stati “terminati” nel giro di pochissime ore senza preavviso » , dice una fonte a Repubblica.
Le sinergie e persino i dipendenti che erano affluiti nel Golfo da altre parti del mondo, e da altre compagnie, come Alitalia, Air Serbia, Air Seychelles, sono pronti a fare le valigie. «I cargo Airbus 330 e 340 saranno messi a terra», aggiunge la stessa fonte anonima, mentre 10 Boeing 777 hanno il freno inserito e sono fermi sulle piste.
Tempi duri anche per 200 piloti dati in uscita, che probabilmente si trasferiranno in Emirates. E poi ci sono i conti, precipitati per la prima volta dopo diversi anni di crescita. L’unico alleato e spalla su cui piangere in questa fase sembra essere Lufthansa, anche se l’alleanza potrebbe sgretolarsi sotto i colpi della crisi.
Insomma un dramma inedito per un Paese che non ha mai dovuto fronteggiare le difficoltà, grazie alla più alta concentrazione di riserve petrolifere mondiali, vicina ai 100 miliardi di barili di greggio, il 10% del totale.

Lucio Cillis

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