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Ethereum sfida il regno del bitcoin: la criptovaluta oltre 4.100 dollari

Da un lato Ethereum che, salendo sempre più su, viaggia sui valori record di 4.190 dollari. Dall’altro il peso del Bitcoin sulla market cap globale delle criptovalute che rotola all’ingiù. Il tutto in un contesto dove la capitalizzazione delle cryptocurrency, secondo coinmarketcap, ha toccato il nuovo valore massimo di 2.517 miliardi di dollari.

È uno dei modi con cui può descriversi l’evoluzione, negli ultimi mesi, del mondo delle criptovalute. Un settore contraddistinto, per l’appunto, da due trend con opposte direzioni.

L’ “oro digitale” di Satoshi Nagamoto, che a inizio anno valeva il 70,68% di tutta la capitalizzazione delle cryptocurrency, deve oggi accontentarsi del più “limitato” 44,34%. Ethereum, invece, è passato dall’incidenza del 10,79% all’attuale 18,52%. Si tratta di variazioni importanti. Tanto che sorge la domanda: sono l’indizio della fine del dominio del bitcoin? «Non è così -risponde Federico Izzi, analista di criptovalute-. Il bitcoin, al di là della validità della tecnologia che lo supporta, è l’unica criptocurrency realmente riconosciuta quale asset d’investimento e contraddistinto dall’essere riserva di valore. Quindi la sua importanza rimarrà nel tempo». Non solo. «In generale – aggiunge Valeria Portale, Direttore Osservatorio Blockchain & Distribuited Ledger del PoliMi – simili dinamiche più che segnalare il declino di una criptovaluta a favore di un’altra, rappresentano, da una parte, la crescita dell’intero sistema che le stesse costituiscono»; e, dall’altra, «la sempre maggiore maturità del comparto medesimo».

Già, il comparto. Questo conta più di 1.000 criptovalute. Nuove ne nascono, altre spariscono. Le cryptocurrency infatti, seppure correlate, hanno una loro storia individuale. La quale spiega anche il perché delle recenti dinamiche. Ethereum, ad esempio, è strutturato in modo da “promuovere” il funzionamento di “Smart Contract” e la creazione di App decentralizzate. È un riferimento importante per lo sviluppo di piattaforme di finanza decentralizzata (DeFi) o di token non fungibili. Cioè di molte di quelle evoluzioni che attualmente stanno prendendo sempre più piede. Ecco, quindi, il perché della crescita di Ethereum. Diverso, invece, il discorso di Binance Coin che è terza per incidenza (4,14%). Qui siamo di fronte ad una criptovaluta nativa di una piattaforma di scambi centralizzati (Binance per l’appunto). La sua fortuna, tra le altre cose, è chiaramente legata alla recente forte crescita del business del gruppo. Molto più estemporaneo, infine, è il rialzo di dogecoin (al 4° posto nelle capitalizzazioni con il 3,01%). In questo caso «il trend è sostenuto -riprende Izzi – dalla speculazione. Un andamento che», pensando alle dinamiche in forum quali Wallstreetbets a seguito dei Twitter di Elon Musk «vede coinvolti anche e soprattutto investitori retail». I quali, purtroppo, rischiano di rimanere con il classico “cerino in mano”. Ciò detto, quali le prospettive prossime future? Nick Cholas, co-fondatore di Data Treck, ricorda che le altre cryptocurrency, quando il bitcoin si avvicina al 40% della market cap globale, tendono a ritracciare. Considerata, però, l’evoluzione del settore bisogna capire se la statistica ha ancora valore. A ben vedere, dal 2013 ad oggi, la valuta digitale di Nagamoto è fin’anche calata al 32% (2018). E nel giugno dell’anno prima la sua incidenza era scesa al 37,8%. In quel caso il maggiore balzo all’insù lo aveva fatto proprio Ethereum (31,7% della capitalizzazione globale). Era il periodo del boom delle “Ico” (Initial coin offering) spesso legate allo stesso Ethereum. Un momento d’euforia che, risolvendosi nello scoppio di una bolla, fece poi scendere l’attuale sfidante del bitcoin.

Insomma: anche nella cryptoeconomy gli eccessi, non di rado, determinano gli scenari futuri.

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