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Etf e fondi giocano il derby della crisi

Cloni bocciati o promossi all’esame della crisi più lunga e profonda dell’era economica moderna? La questione ha rilievo non solo per la diffusione degli Etf tra gli investitori, ormai ampia anche in Europa, ma anche per il fatto che il 2013 sta riportando alla ribalta la capacità di selezionare mercati, settori e singoli titoli (il cosiddetto stock picking). Cioè le tecniche proprie della gestione attiva, che caratterizza i fondi comuni. Gli Etf, al contrario, si connotano proprio in quanto alfieri della gestione passiva: si limitano infatti a replicare l’andamento di indici o mercati. Appunto, li “clonano”. Le loro qualità, che hanno conquistato largo seguito rendendoli un avversario molto sgradito per l’industria del risparmio, sono altre, a partire da costi molto contenuti, accessibilità anche per chi dispone di risorse limitate e una gamma di offerta così ampia da coprire anche gli anfratti più reconditi e angusti dei mercati finanziari. Ma è proprio vero che i cloni non hanno la possibilità di dare buoni risultati anche in condizioni di mercato come quelle attuali?
Per rispondere partiamo da un dato di fatto: la diffusione degli Etf continua a crescere, anche tra gli stessi operatori. In Europa, gli Etf quotati hanno superato quota 1.300 e sono ormai in molti a sostenere che il loro numero è addirittura eccessivo, tanto più se commisurato alle sottoscrizioni. Un’occhiata alla situazione negli Usa conferma l’esistenza di una certa sproporzione: oltreoceano gli Etf quotati sono circa 1.100, ma gestiscono un patrimonio quattro volte superiore. Logiche commerciali sembrano dunque prevalere sulle effettive necessità di asset allocation, specie se si considerano le normali esigenze di un risparmiatore privato.
Per quanto concerne l’Italia, a fine gennaio Etf ed Etc quotati erano 869. Nello stesso mese i contratti conclusi hanno superato quota 290mila, confermando una elevata frammentazione dei volumi. Il controvalore complessivo, poco più di 6,3 miliardi di euro, suddiviso per valori dei singoli contratti mostra infatti che concentrazioni elevate si trovano nelle soglie di 10, 15, 50, 75 e 150mila euro. Si tratta dunque di uno strumento con una connotazione “democratica”.
Sempre a proposito di numeri, vale la pena di sottolineare che finora la crisi non ha affatto frenato la crescita della raccolta netta degli Etf: il 2012 è stato un anno record, con flussi netti in entrata per 262,7 miliardi di dollari. Il ritmo non è rallentato a gennaio, mese che si è chiuso con una raccolta netta superiore ai 40 miliardi di dollari.
Ma più che la semplice fotografia quantitativa risulta significativo l’esame dei flussi. Questi segnalano i profondi cambiamenti qualitativi in corso: «Il 2013 è cominciato con un cambio di rotta – spiega Valerio Baselli di Morningstar -. Il 94% della raccolta è infatti relativo a replicanti azionari. Tra gli investitori è tornato l’appetito per il rischio. Non a caso i prodotti dedicati all’equity dei mercati emergenti sono stati in cima alle preferenze».
La classifica 2012 ordinata per performance conferma che le migliori soddisfazioni per gli investitori sono arrivate proprio da questa famiglia di Etf azionari: ai primi posti figurano i prodotti che replicano gli indici di Turchia e Thailandia e l’Etf che clona il settore assicurativo europeo.
A proposito di performance, uno studio di Morningstar, che ha preso in considerazione una selezione di 65 prodotti correlati a 8 tra i più noti indici azionari, conferma l’efficienza degli Etf. «La “volatilità degli scostamenti di rendimento dell’Etf rispetto al suo parametro di riferimento” – spiega la ricerca – nel complesso è stata ben contenuta».
Naturalmente efficacia ed efficienza agevolano la progressiva diffusione dello strumento. Anche in questo caso la conferma arriva da una ricerca: State Street Global ha sondato 300 investitori istituzionali europei indagando l’allocazione di portafoglio attraverso l’impiego di Etf. «Il 39% degli intervistati ha dichiarato di non avere Etf in portafoglio – chiarisce Azzurra Zaglio, editor di Morningstar -, mentre il 32% dedica ai replicanti meno di un decimo, il 13% tra il 10 e il 20% e il 3% tra il 20 e il 30% della propria asset allocation. Tuttavia il sondaggio rivela che il 46% degli intervistati ha intenzione di aumentare l’allocazione in Etf nei prossimi cinque anni e solo il 2% ha dichiarato che invece la diminuirà».

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