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Eternit, prescrizione e condanna annullata

Prescritta. La strage dell’Eternit resterà impunita. Si è chiuso così il «processo del secolo» contro il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, a capo dell’azienda accusato di disastro ambientale per aver esposto i lavoratori all’amianto e alla conseguente morte per mesotelioma pleurico. Assolto, tra i fischi e le grida dei familiari di alcune delle oltre 3 mila vittime registrate nei 4 stabilimenti italiani della multinazionale elvetico-belga e tra i cittadini di Casale Monferrato (Alessandria), Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli). «Vergogna», «buffoni», «assassini», hanno urlato in tanti. Invano.
Crolla così il castello costruito dal pm di Torino Guariniello che però assicura: «Il reato c’è. Non demordiamo. Ora apriremo il capitolo omicidi». Mentre il magnate assolto dichiara: «L’Italia è l’unico Paese che vuole risolvere la catastrofe dell’amianto attraverso processi. Sarebbe meglio abbandonarlo».
È la conferma che nei precedenti gradi di giudizio sono stati violati i principi del giusto processo. Ora basta processi ingiustificati». Sfumano i risarcimenti previsti dalla sentenza di appello per le 983 parti civili: familiari e comunità locali. I 2 mila parenti che hanno raggiunto un accordo extragiudiziale potranno tenere i compensi. È di 280 milioni di euro la perdita dell’Inail, condannata con l’Inps a pagare le spese e priva di risarcimento per le prestazioni erogate ai malati. Una strage che continua e dovrebbe avere il suo picco nel 2025. Ma che si sarebbe potuta evitare: secondo i processi, le conseguenze dell’esposizione all’amianto erano note ai vertici Eternit, che però le ignorarono.
Resta il monito del sostituto pg della Cassazione, Francesco Iacoviello: «Per reati come le morti per amianto che ha una latenza di decenni, serve un intervento legislativo». Perché a volte «diritto e giustizia vanno da parti opposte». Parole che avevano suscitato l’applauso delle parti civili convinte di ascoltare la conferma di condanna a 18 anni per Schmidheiny dal pg definito: «Responsabile di tutte le condotte a lui ascritte».
Alla richiesta di assoluzione il sorriso si è trasformato in maschera di dolore indignato: «Reato prescritto». Troppo vecchi i fatti cui faceva riferimento l’imputazione di disastro. «Un reato non agganciato alle lesioni e alle morti», aveva evidenziato il difensore del magnate, Franco Coppi. E, secondo il pg, prescritto già dal 1998, 12 anni dopo il fallimento dell’azienda. Una tesi che ha convinto anche i giudici della prima sezione penale. Ma non i parenti. «Ma come prescritto se c’è gente che sta morendo?», protestavano madri, figli, mogli, mostrando le foto di chi non c’è più. Chi piangeva. Chi, con le mani tra i capelli, muto, guardava fisso nel vuoto. Chi, al telefono, gridava per far capire, a un’anziana madre in attesa, che giustizia per il figlio perduto non ci sarà mai più: «Non c’è un altro giudice, mamma. È finita. È finita per sempre».
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