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“Eternit, il magnate dell’amianto sapeva che la fabbrica uccideva” Ora i pm gli contestano 256 omicidi

Andreone Evasio, addetto al reparto macchine tubi, deceduto nel 1991: mesotelioma peritoneale. Giulio Testore, reparto mescole, deceduto nel 2008: asbestosi. Dorando Cottafava, addetto alla movimentazione dei sacchi d’amianto, deceduto nel 2007: mesotelioma polmonare. Carla Lunati, reparto confezione dei camini, deceduta nel 2004: neoplasia.

Ci sono i nomi di 256 morti di Eternit nelle pagine con cui la procura di Torino proprio ieri, il giorno dopo la sentenza della Cassazione, ha notificato la chiusura della fase preliminare dell’inchiesta bis sull’Eternit, preludio di una nuova richiesta di rinvio a giudizio. L’accusa, stavolta, è omicidio volontario pluriaggravato. Il presunto assassino è Ernst Stephan Schmidheiny, 67 anni, l’uomo che ha appena visto la sua condanna in secondo grado a 18 anni di carcere per disastro ambientale sgretolarsi sullo scoglio della prescrizione. Ma l’omicidio, no, quello non si prescrive mai. E la pena, se sarà considerato colpevole, potrebbe arrivare all’ergastolo. «Era consapevole » del male che facevano le sue fabbriche, agì «per mero fine di lucro», «risparmiò» dove non doveva risparmiare, mise in piedi una «sistematica opera di disinformazione ».

CONSAPEVOLE DELLA STRAGE

Durissime le parole usate dai pm Raffaele Guariniello e Gianfranco Colace, titolari di questo secondo fascicolo aperto già nel 2007 il cui obiettivo è trascinare Schmidheiny di fronte all’imputazione, enorme, di omicidio plurimo. Di fatto, l’ultima possibilità per le 3000 vittime del cementoamianto di veder ricongiunti giustizia e diritto.

«Agendo con coscienza e volontà… », esordiscono i magistrati nell’atto di chiusura delle indagini che prelude alla richiesta di mandare a processo Schmidheiny. Con la consapevolezza dunque che gli conferiva nel 1976 il ruolo di amministratore delegato di Eternit, gruppo svizzero che fu di suo padre, «causò la morte di 256 persone »: sono i lavoratori di Cavagnolo, Casale Monferrato, Bagnoli e nel sito di Rubiera, i loro familiari e gli abitanti delle zone vicine agli stabilimenti uccisi dall’esposizione all’amianto durante la sua gestione.

Era consapevole, sostiene la procura di Torino, che il mesotelioma pleurico, l’asbestosi, il carcinoma polmonare sono correlati all’inalazione delle fibre killer. Sapeva che le sue aziende «presentavano condizioni di polverosità da amianto enormemente nocive ». Non gli sfuggiva che i soldi investiti per ridurre quella polvere mortale «erano esigui». E nonostante ciò, è stato «il mero fine del lucro», il denaro, il business, a guidarlo nelle sue decisioni fino al 1984, l’anno in cui le sue fabbriche smisero di produrre manufatti cancerogeni e di avvelenare l’Italia. Perché di disastro ambientale si tratta, è una verità giudiziaria riconosciuta dalla Cassazione. «Il reato è stato commesso con dolo dall’imputato — spiega Guariniello, che ora vede come punto di forza ciò che invece segnala una sconfitta — quindi anche se è caduto in prescrizione non cambia nulla per la responsabilità accertata dell’imputato ». La strage c’è stata, i malati continuano a morire.

IMPIANTI DI SICUREZZA MAI FATTI

Si torna indietro nel tempo, al 1976. C’era una certa coscienza diffusa che l’amianto provocasse danni anche gravi alla salute, non era chiaro però fino a che punto fosse pericoloso inalare le fibre. «Anche una sola può causare il mesotelioma», sentenziò anni dopo un convegno di esperti a Helsinki. Eppure, l’imprenditore svizzero decise lo stesso di non fermare le macchine, di continuare a produrre ondulati, camini, ferodi e quant’altro si poteva fare con l’Eternit, il materiale “destinato a resistere in eterno”. Ma con le 253.605 pagine di atti, contenenti referti medici di centinaia di vittime, consulenze tecniche di epidemiologi, testimonianze, filmati dell’Istituto Luce, la procura è sicura di poter dimostrare che Schmidheiny volle «risparmiare sulle gravose spese indispensabili per una radicale revisione degli impianti». Quegli investimenti che avrebbero potuto almeno limitare le conseguenze.

Nei quattro siti «non vennero costruiti i macchinari di aspirazione », «non era adeguata» la ventilazione dei locali, non c’erano sistemi di pulizia degli indumenti di lavoro, le procedure di lavoro non erano pensate per «evitare la manipolazione e la diffusione dell’amianto». Stando a quanto ricostruiscono i pm, quelle aziende trattavano il veleno come fosse acqua fresca. Non furono forniti gli apparecchi di protezione agli operai, non furono organizzati controlli sanitari adeguati, nemmeno venivano allontanati «i lavoratori a rischio per motivi sanitari».

ESPOSTI ANCHE I BAMBINI

«Questo non è vero — ribatte Astolfo Di Amato, uno dei due difensori dell’imprenditore svizzero — nei dieci anni in cui è stato vicepresidente delle succursali italiane sono arrivati dalla Svizzera 75 miliardi di lire, mentre la casa madre non ha ricevuto alcun introito. Quei soldi furono spesi in misure di sicurezza. Riusciremo a dimostrare l’innocenza e la correttezza di Schmidheiny». E però, tra le omissioni ora contestategli da Guariniello, si aggiunge quella di aver consentito che il suo Eternit uccidesse anche fuori dalle sue fabbriche. «Non impedì la fornitura a privati e enti pubblici, ne consentì l’uso per la pavimentazione delle strade, cortili, aie o per la coibentazione dei sottotetti». Il corollario, messo nero su bianco dai pm, è devastante. Sotto la sua dirigenza si determinò infatti «un’esposizione incontrollata e a tutt’oggi perdurante», senza che si informasse «della pericolosità dei materiali», provocando così l’esposizione «di fanciulli e adolescenti durante le attività ludiche».

CAMPAGNA DI DISINFORMAZIONE

Tranquillizzare i cittadini pur sapendo quale fosse la realtà dei fatti, è stato, sempre secondo l’accusa, il leitmotiv dell’intera sua gestione. Mescolare un po’ di verità ad alcune falsità decisive. Tra gli operai faceva distribuire manuali per spiegare che l’amianto era innocuo se maneggiato correttamente. «Confidava che questa disinformazione impedisse alla gente di acquisire una esatta consapevolezza dei rischi — dice Guariniello — e quindi rendere sistematicamente difficile per le vittime la difesa». Un caso su tutti è quello dell’assunzione di una società milanese di pubbliche relazioni, la Bellodi. Raccontò il pm in aula, durante il primo processo: «Aveva organizzato una sorta di intelligence per monitorare ogni attività che in Italia riguardasse Schmidheiny». La Bellodi era arrivata a infiltrare anche i sindacati e le nascenti associazioni delle vittime. «Pagava 5 milioni di lire al mese un’ex collaboratrice del periodico della diocesi di Casale Monferrato perché riferisse con largo anticipo ogni mossa dell’associazione », raccontò in aula l’avvocato di parte civile Sergio Bonetto.

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