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Estensione lunga o breve? La decisione tocca alla Ue: Berlino non vuole fare sconti

«Il rischio di un no deal, una Brexit senza accordi, non è mai stato così alto», diceva ieri mattina Michel Barnier, responsabile europeo per i negoziati con Londra. E questo vale anche dopo il voto di ieri sera a Westminster: perché un divorzio catastrofico resta lo scenario di default. A meno che non si vada verso un rinvio. Sì, ma per fare cosa?

È questo il dilemma che stanno affrontando in queste ore gli europei. Perché se è vero quello che ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel, che una Brexit «ordinata» è nell’interesse di tutti e resta dunque «un obiettivo», è anche vero quello che ha ricordato Antonio Tajani, presidente dell’Europarlamento, e cioè che un rinvio «dovrebbe essere concesso all’unanimità dagli Stati membri. È una situazione molto complicata. Nulla è escluso». E «non ci può essere una estensione senza una valida giustificazione», ha specificato Roberto Gualtieri, l’eurodeputato membro del Brexit steering group.

A Bruxelles c’è grande preoccupazione e hanno discusso a lungo sulle conseguenze della bocciatura dell’accordo, avvenuta martedì a Westminster. Al momento si ragiona su una «estensione breve» della data della Brexit, prevista per il 29 marzo: un mese o due al massimo, per costringere Londra a scegliere fra l’accettazione dell’accordo attuale, che tutti considerano non rivedibile, e il precipizio del no deal. È quella che definiscono una «estensione minacciosa», per mettere i britannici con le spalle al muro: alla quale potrebbe poi comunque seguire un no deal. Perché anche se nessuno lo dice a voce alta, la dilazione potrebbe servire soltanto a prepararsi meglio al grande salto: «E noi siamo pronti a questo scenario», sottolineano a Bruxelles.

Diplomazia parallela

I laburisti stanno sondando con l’Ue una soft Brexit con Londra nell’unione doganale

Da Londra partono intanto molti canali di diplomazia parallela. I laburisti sono parecchio attivi e stanno sondando con l’Europa la possibilità di una soft Brexit che mantenga la Gran Bretagna nell’unione doganale, in modo da risolvere la questione irlandese: una ipotesi vista con favore dagli eurosocialisti, ma che ancora non è maggioritaria a Westminster.

Quella che sembra più difficile è una estensione lunga della Brexit, di uno o due anni. L’Europa potrebbe accordarla solo se ci fosse la volontà britannica di rivedere l’uscita dalla Ue, passando per elezioni anticipate o un secondo referendum: ma non sono ipotesi immediate. E soprattutto i servizi giuridici di Bruxelles hanno messo in guardia dal rompicapo delle elezioni europee di maggio: se la Gran Bretagna rimanesse nell’Unione oltre quella data, dovrebbe parteciparvi, ma questo avrebbe un effetto a dir poco straniante, oltre a creare problemi di legittimità per il nuovo Europarlamento.

Contro l’estensione lunga ci sono soprattutto gli europopolari: e dietro di loro i governi di Germania e Austria. Mentre Tony Blair sta facendo pressioni su Macron perché tenga una linea dura, nella speranza che l’impasse porti Londra a revocare la Brexit. L’Italia al momento, come molti altri, sta alla finestra.

Ma paradossalmente contro la proroga militano anche gli euroscettici più accaniti a Londra, che vogliono il no deal come garanzia di una Brexit «pulita»: e per questo si sono rivolti al governo polacco e a Matteo Salvini perché mettano il veto allo slittamento della data del 29 marzo. Gli ultrà vicini a Nigel Farage si sono vantati in queste ore dei rapporti che hanno tessuto negli scorsi anni con i sovranisti europei: «L’Italia può diventare l’eroina dei 17 milioni di britannici che hanno votato per uscire dalla Ue», hanno proclamato. Che il destino della Brexit dipenda dal nostro vicepremier?

Luigi Ippolito

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