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Esperti divisi sul tenore di vita La Cassazione decide sui divorzi

Per decenni, il principio del «tenore di vita analogo a quello avuto durante il matrimonio» è stato uno dei capisaldi nella quantificazione dell’assegno divorzile, ma nella giornata di oggi, le Sezioni unite della Cassazione sono chiamate a esprimersi sulla sua attualità. Si tratta di ascrivere alla giurisprudenza la sentenza della Prima sezione di Cassazione dell’11 maggio 2017, che valorizza invece il principio dell’«autoresponsabilità». Sulla 27esima Ora , il professore di Diritto processuale civile Filippo Danovi, l’ha spiegato così: «Sciolto il matrimonio, i coniugi non vanno più considerati per la storia familiare, ma come persone singole». Insomma, se si è autosufficienti, si perde il diritto all’assegno, come è successo a Lisa Lowenstein, destinataria della discussa sentenza con l’ex marito Vittorio Grilli, già ministro dell’Economia.

«È un mondo nuovo che arriva e che rischia di riportare indietro le donne — dice la matrimonialista Daniela Missaglia —, si pretende che anche sessantenni, che si sono dedicate alla famiglia contribuendo fattivamente al successo dei mariti, debbano di colpo trovarsi un lavoro». Se pure il nuovo parametro venisse accolto, però, non significa che tutti i giudici lo applicheranno in automatico: «Diventa un criterio basico, ma non l’unico e, sui divorzi già chiusi in via consensuale, potrebbe accadere come a Genova, dove la Corte d’appello ha negato la riduzione dell’assegno corrisposto dall’ad di Erg Luca Bettonte all’ex moglie, nonostante lui reclamasse di averle fatto cospicue donazioni». Invece, nel caso di Silvio Berlusconi e Veronica Lario, lei a novembre ha ricevuto lo stop al maxiassegno da 1,4 milioni mensili: la Corte d’appello di Milano ha applicato il precedente Grilli-Lowenstein.

L’intervento di oggi dovrebbe aiutare proprio a uniformare le sentenze. Intanto, decine di donne e associazioni hanno lanciato un appello ai giudici di Cassazione. La sociologa e femminista Chiara Saraceno è tra loro e dice: «In questa vicenda, c’è un malinteso senso del matrimonio, basato sull’idea che le donne, sposandosi, “si sistemano”. Così non si valuta il contributo del lavoro gratuito femminile in casa. Stabilire per principio l’autoresponsabilità si potrebbe fare in un mondo ideale senza diseguaglianze, non dove, nel solo 2016, 25 mila italiane hanno lasciato il lavoro per seguire i figli».

In un’Italia, tuttavia, dove si divorzia di più e l’età media delle neoseparate è 45 anni, molte non vogliono essere mantenute e ne fanno una questione di dignità, per la gioia degli ex. Favorevoli sono le associazioni dei padri separati. Mentre Marino Maglietta, presidente di Crescere insieme, alza le spalle: «Parliamo di questioni da ricchi, che incidono sul superfluo. Per la moglie del raccoglitore di olive non cambia nulla». L’avvocato Annamaria Bernardini De Pace ha un punto di vista spiazzante: «I giudici hanno accolto con gioia quella sentenza perché non devono più spendere tempo ed energia per accertare il tenore di vita pregresso. Ma non è un motivo sufficiente per cancellare un principio sacrosanto. Mi auguro che le Sezioni unite ribadiscano l’importanza di parametri come la durata del matrimonio e il valore dell’apporto delle donne alla vita familiare. Già molti giudici oggi stabiliscono assegni a termine, dicendo: ha 8 mesi per trovare lavoro. Ma in questo modo si costringe la società a cambiare l’idea stessa della vita di coppia».

Candida Morvillo

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