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Esenzione Iva, decide il fisco

L’amministrazione finanziaria può cambiare idea sull’esenzione dall’Iva riconosciuta in precedenza e pretendere, da un certo momento in poi, il pagamento dell’imposta, senza per questo violare il legittimo affidamento del contribuente che ha, invece, continuato a qualificare le proprie operazioni esenti. In tal caso, se il contribuente non può rivalersi sui propri clienti dell’imposta pretesa dall’amministrazione, si deve considerare che i corrispettivi percepiti includano il tributo, che in sede di accertamento deve quindi essere scorporato dalle somme incassate, e non aggiunto. Questi alcuni principi statuiti dalla Corte di giustizia Ue nella sentenza 15 aprile 2021, causa C-846/19, le cui questioni principali vertevano sulla natura dell’attività svolta da un avvocato nell’ambito di mandati di protezione di persone legalmente incapaci, in particolare sul carattere oneroso ed economico di tale attività e sulla possibilità di riconoscere l’esenzione che l’articolo 132, paragrafo 1, lettera g), della direttiva, accorda alle prestazioni di servizi e alle cessioni di beni strettamente connesse con l’assistenza e la previdenza sociale, effettuate da enti di diritto pubblico o da altri organismi riconosciuti dallo stato membro interessato come aventi carattere sociale.

In proposito, l’avvocato generale, nelle conclusioni presentate il 14 gennaio scorso (si veda ItaliaOggi del 22 gennaio), aveva aperto all’esenzione di una simile attività, assimilabile a quella svolta, nell’ordinamento italiano, dall’amministratore di sostegno (che secondo l’agenzia delle entrate, se esercitata da avvocati, è imponibile); ciò a condizione che il prestatore, sebbene iscritto all’albo degli avvocati, svolga un impegno sociale stabile, nel senso che le attività di natura sociale siano significativamente prevalenti rispetto ad altre attività. In tali circostanze, l’avvocato generale riteneva infatti che potesse considerarsi soddisfatto il requisito del riconoscimento pubblico richiesto, ai fini dell’esenzione, dalla citata disposizione.

Su queste questioni, la Corte ha innanzitutto stabilito che un’attività del genere, comunque remunerata, ancorché dallo stato e con criteri che prendono in considerazione la situazione patrimoniale dell’assistito, consiste nell’effettuazione stabile di prestazioni di servizi a titolo oneroso rilevanti ai fini dell’imposta. In ordine all’applicabilità dell’esenzione, però, la posizione dei giudici è più complessa rispetto alle conclusioni citate. Anche la Corte non esclude, infatti, che l’avvocato che fornisce prestazioni del genere possa beneficiare di un riconoscimento quale organismo avente carattere sociale, aggiungendo tuttavia che un riconoscimento simile deve obbligatoriamente essere concesso mediante l’intervento di un’autorità giudiziaria solo se lo stato membro interessato, nel rifiutarlo, abbia superato i limiti del potere discrezionale di cui dispone.

L’ultima questione mirava a chiarire se sia in contrasto con il principio di tutela del legittimo affidamento il fatto che l’amministrazione tributaria, dopo avere accettato dal 2004 al 2013 le dichiarazioni delle operazioni in esame in regime di esenzione, abbia poi richiesto, nel 2018, l’imposta per i periodi fiscali dal 2014 in avanti, e il soggetto passivo si trovi nell’impossibilità di recuperare il tributo presso i committenti.

Al riguardo, la Corte osserva che la semplice accettazione da parte dell’amministrazione tributaria, anche per diversi anni, delle dichiarazioni in esenzione, non può creare un legittimo affidamento del soggetto passivo sul trattamento delle operazioni di cui trattasi.

Per quanto riguarda, infine, la circostanza che il prestatore, dopo avere fornito tali servizi senza riscuotere l’Iva che sarebbe stato tenuto ad addebitare e a versare all’erario, non sarebbe in grado di recuperare presso coloro che hanno pagato tali prestazioni l’imposta successivamente richiesta dall’amministrazione finanziaria, la Corte, richiamando precedenti pronunce in materia, ha dichiarato che, in tale ipotesi, l’amministrazione deve considerare che i corrispettivi ricevuti dal prestatore includano già l’Iva dovuta. In questo modo, la riscossione dell’imposta accertata risulta compatibile con il principio fondamentale della neutralità dell’Iva, secondo cui il tributo deve gravare unicamente sul consumatore finale.

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